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Qualche tempo fa, molto
criticato, ma si sa che quando si attacca la casta questo succede,
Adriano Celentano sosteneva che « la catena di montaggio della
distruzione dell’umanità parte dai comuni che sono i mandanti: poi ci
sono gli architetti, i comuni, più che far qualcosa, lasciano fare,
danno vita a queste brutture, non si oppongono: non ha importanza se il
destino di chi ti cammina accanto sta crollando” . Ancora prima un
noto politico affermava che urbanisti ed architetti non avevano perso la
battaglia culturale sul paesaggio, non l’avevano mai combattuta.
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Poi
leggo le nuove teorie esposte dai più decantati architetti nostrani che
richiamano al pericolo dello spaesamento e dell’alienazione, della perdita
dell’identità storica e ambientale che porta il paese a omologarsi ad
una “illimitata periferia” , ad un luogo qualunque dove uno non
sa dove sia, come dentro un grande centro commerciale sempre uguale a se
stesso, senza identità territoriale. Sostengono e mi convincono che è
invece quella identità storica e culturale che va ritrovata nelle
nostre città per renderle più visibili, per allontanare il pericolo
della “non città” formata dalle “villettopoli” e dai non
luoghi, recuperando invece al bel paesaggio i valori estetici ed etici. |
Allora mi chiedo ma come mai Celentano, ma alcuni politici e molti ecologisti attaccano questi architetti
che illustrano cose così condivisibili? Poi mi guardo intorno e vedo gli
scempi urbanistici e le “villettopoli” che stanno nascendo fra Anzio e
Nettuno e penso: ci fossero stati quegli architetti illuminati. Ma qualcuno
mi fa notare che al Nuovo Piano Regolatore di Anzio ha partecipato proprio
qualcuna di quelle menti eccelse che ai convegni, magari con gettone di
presenza, predicano bene ma poi non sanno essere conseguenti nella realtà.
Un po’ come i politici che predicano bene, ma spesso poi razzolano male.
Tornando
all’Adriano nazionale lui sostiene che “quello che sta succedendo è una
disgrazia. Sono cose che si dicono da tempo e non cambiano;
sono rassegnato a un futuro sempre più brutto, ma cerco di avere la
coscienza a posto, parlandone».
Noi vogliamo parlarne ma non per avere la
coscienza a posto ma per smuovere le persone verso obiettivi diversi dal
passato che tengano conto delle nuove esigenze dei cittadini che vogliono
sempre più diventare protagonisti dei loro spazi e vogliono vivere in
comunità con valori precisi e non in luoghi qualunque, in non città, in non
luoghi.
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