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Buongiorno avvocato, mi pare dal vestito
e dalla sicurezza con cui si muove, che lei possa essere proprio un
avvocato e che quindi sappia dirmi se questo è il luogo in cui mi devo
presentare per testimoniare come da citazione del 22 ottobre 2007”.
Comincia così l’avventura di un giorno da
incubo, un giorno in cui un cittadino italiano a cui qualche anno fa
hanno rubato un motorino deve obbligatoriamente sottostare per amore di
una presunta giustizia.
La risposta del cortese avvocato, perché era un avvocato, mi doveva
alquanto insospettire: “questo è il luogo corretto, ma si armi di tanta
pazienza, aspetti che arrivi il cancelliere, poi il giudice, che abbia
inizio la seduta e la chiamino”.
Sono le nove di mattina, pensavo fra me e me, il giudice arriverà fra
una quindicina di quindici muniti e, male che vada, verso mezzogiorno
dovrei aver finito. Illuso.
Alle dieci ancora non si muove una paglia. In compenso il tribunale
comincia a riempirsi: uomini, donne, giovani si guardano attoniti ed
ognuno cerca di capire se quello che ha accanto può essere un imputato,
un semplice testimone o un truffato. Ma l’abito non fa il monaco e
allora aspettiamo, tanto sembra che nessuna abbia fretta. Le dieci e
trenta e finalmente s’inizia. Mi rendo conto che i fascicoli davanti al
giudice sono molti e che quindi le cause da trattare sono più di quelle
che pensavo e che le cose non andranno come mi sarei aspettato. Il
giudice chiama, in mezzo al brusio, i nomi degli imputati e
l’incredibile va in scena.
Il signor “tale” è accusato di lesione aggravate e personali per
lancio di un coltello, ma non c’è e il giudice rimanda al 9 ottobre. Il
signor Guazzaloca non è presente e uno degli avvocati riferisce che
forse è deceduto: rimandata udienza per verificare l’avvenuta morte. Un
imputato, assente naturalmente, ha falsificato una patente, caso
rimandato al 22 maggio. Vengono chiamate le sorelle Ambrosiani, che
naturalmente non ci sono, ma sembra che si chiamino Ambrosi o
Ambrosiani: causa rimandata ad ottobre per consentire anche di capire e
correggere il cognome e rinnovare il capo d’accusa. Così, una dopo
l’altra, si susseguono un numero incredibile di cause dove, per un
motivo o per l’altro c’è l’impossibilità a procedere. Tante cause:
quelle di un poveraccio che qualche anno fa aveva rubato un salame in un
grande magazzino e a testimoniare è chiamato un commesso che oggi vive
in Sardegna; quella della straniera che aveva rubato un paio di forbici;
quella dell’evaso dagli arresti domiciliari, quella del mancato
sostentamento al figlio con handicap. Insomma una quarantina di cause,
quasi tutte rimandate ad ottobre.
Ma finalmente sembra ce ne sia una che possa essere dibattuta: è
contro un “vu cumprà” che non conosce nemmeno bene l’italiano e non ha
un proprio avvocato; gli viene assegnato d’ufficio l’avvocato Faina e
viene subito da pensare che avere un avvocato con quel cognome è una
garanzia. Ma non basta: il Pubblico Ministero fa finalmente la sua
arringa e enuncia la sua richiesta: 2 anni 2 mesi e 140 euro di multa.
Il giudice si ritira per deliberare e, dopo circa quindici minuti, torna
e condanna la sventurato a 3 mesi e 20 giorni di reclusione. Pena
virtuale e sospesa e anche se fosse stata più severa c’è sempre il
paracadute dell’indulto.
C’è anche chi viene da lontano ed è straniero e deve testimoniare
come rappresentante della Ferrari. Ma la sua unica preoccupazione in
quella baraonda è la sua valigetta che, quando è chiamato lascia a
terra, ma continua a fissare, poi sposta nel settore degli avvocati, ma
continuando a non distogliere lo sguardo, anche la sua causa viene
rinviata. E si va avanti così fino circa alle tre del pomeriggio.
Rispetto alla causa per cui ero stato “precettato” sono stato
chiamato al banco come parte lesa e mi sono state rivolte delle domande
che erano deducibili dalla denuncia che al tempo avevo fatto ai
Carabinieri, comunque anche questa causa è stata rimandata ma forse non
sarà più necessaria la mia presenza. E questa è l’unica notizia positiva
della giornata. La noia, il mal di testa, il mal di schiena,
l’inadeguatezza di tutto il sistema difficilmente consentono ad una
persona normale di dover presenziare più volte ad una tale
disorganizzazione. Fa male, nell’era tecnologica vedere in che
condizioni versano i tribunali; vedere i giudici costretti a combattere
con la burocrazia e i cavilli, con faldoni di pratiche e con la
percezione di un lavoro spesso annullato da leggi troppo permissive. Fa
male vedere gli avvocati con i loro borsoni e le loro agende buttati
sulle sedie per tutte queste ore in un tribunale a recitare una parte
minore rispetto al loro ruolo. Ma più di tutto fa male sapere che tutto
ciò ha un costo. Il giudice, il cancelliere, il Pubblico ministero,
tutti gli avvocati, le forze dell’ordine, un centinaio di persone che
non vanno a lavorare hanno un costo e penso a cosa succede se lo
moltiplico per tutti i tribunali d’Italia. Inconcepibile. Il problema
della giustizia, della sua organizzazione, dei suoi tempi, del modo di
esercitarla è uno dei problemi primari dobbiamo far risolvere.
Prima di andarmene rivolgo ancora uno sguardo all’aula e mi viene da
pensare come sia diversa da come me la sarei immaginata dagli
sceneggiati televisivi o dai reportage dei telegiornali. L’unico
elemento comune è la scritta che capeggia sopra la testa del giudice:
“La legge è uguale per tutti. La giustizia è amministrata nel nome del
popolo”. Ecco, ammesso che la giustizia sia uguale per tutti, e che
la legge sia sinonimo di giustizia, certamente un’amministrazione così
carente mi dispiace sia esercitata in mio nome.
Giancarlo Testi
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