Questo avremmo voluto leggere
nei giorni scorsi su tutti i giornali che parlavano dell’assurda morte di un
ragazzo di 21 anni Vipan Kumar,
non considerato italiano pur se nato in Italia, punito dal padre con la
morte perché la sera aveva fatto tardi, le una di notte, e la mattina aveva
difficoltà ad alzarsi per curare il negozio di famiglia, una frutteria a
Lavinio in via di Valle Schioa.
Invece la notizia è passata
quasi inosservata. Certo c’è il problema serio dell’Abruzzo, e poi siamo a
Pasqua e siamo impegnati con la compera delle uova e la programmazione della
gita fuori porta, ma quei titoli sui giornali con il richiamo ad un ragazzo
indiano non ci è piaciuta. Eppure Vipan era un ragazzo nato in Italia, da
famiglia indiana, ma che aveva vissuto e frequentato i nostri figli e come i
nostri figli probabilmente stava passando un momento delicato
dell’esistenza, quello della ricerca dell’indipendenza.
E Vipan lo conoscevano in
tanti, aveva amici ed affetti, era un bravo ragazzo che peraltro aveva anche
sempre dimostrato rispetto per il padre e per la cultura d’origine. Ma aveva
21 anni ed iniziava ad essere grande e probabilmente cercava la sua strada e
mal sopportava di dover condividere il lavoro del padre e di svegliarsi al
mattino presto per curare la frutteria, preferiva fare il cameriere e il
barman, come spesso ha fatto. Ma tutto questo era mal sopportato dal padre
che peraltro si era sempre dimostrato affettuoso e generoso con i figli.
C’erano anche state discussioni su questo ma niente poteva far pensare ad un
epilogo così tragico.
Certo è impensabile pretendere
da un ragazzo di 21 anni nato in Italia, che ha respirato e assimilato la
nostra cultura, di non aver appreso anche lo stile di vita dei ragazzi della
sua età. Ma il padre pretendeva uno stile di vita “sacrificato” come era
stato il suo, costretto a lasciare il suo Paese e a lavorare sodo per quel
negozio di frutta.
La cosa incredibile è che la
fatidica sera Vipan era stato al cinema con il fratello maggiore
Vikas che personalmente lo
aveva riaccompagnato a casa.
Ma, varcato il portone, è
successo l’irreparabile. Prima una discussione, poi la lite ed infine quel
maledetto coltello da cucina con cui il padre sferra un colpo letale al
figlio sul lato destro del torace.
Niente da fare per i sanitari
del 118 che non possono fare miracoli: Vipan è morto.
Una vicenda quasi
incomprensibile, dicono tanti testimoni: una famiglia tranquilla, un padre
affettuoso, due figli rispettosi. E la madre di Vipan ancora si chiede come
ciò sia stato possibile, se si può essere “proprietari” dei propri figli e
determinarne il destino, come può succedere che l’ira di un momento
comprometta una vita di sacrifici, come farà adesso lei, senza il compagno e
senza l’adorato figlio.
Resta invece intatta, come lo era prima, la fredda lama del coltello da
cucina, ma non gli si può dare colpe, lei è stata solo uno strumento della
follia di un padre “confuso”.