Taglia e ritaglia

 

Taglia e ritaglia, l'alunno raglia

E tutti i ministri si sono messi al lavoro e, pur con poca competenza in materia (la Gelmini che oggi si scaglia contro l’inefficienza della scuola è andata a laurearsi al sud ed è già stata ribattezzata “il ministro della D-istruzione”) stanno cercando di spacciare per riforma dei veri tagli ad un settore che invece dovrebbe risultare strategico.

L’annunciata “riforma” ha smosso una serie di contestazioni, sia da parte degli studenti che da parte dei comitati Genitori-Insegnanti. Si estendono a macchia d’olio le assemblee studentesche delle scuole superiori, per decidere sulle forme di protesta da attuare e anche per rimarcare un reale attacco ai diritti degli studenti migranti, con una limitazione nell’accesso all’istruzione per gli stessi, tramite il superamento di test sulle tradizioni locali e sulla lingua italiana. Ci spiegano che l’integrazione si fa stando assieme e che, come tanti bambini stranieri oggi, anche tanti italiani ieri, o figli di meridionali spostatisi al nord o bambini che parlavano solo il dialetto delle valli, hanno imparato l’italiano e la convivenza proprio vivendo quotidianamente assieme, magari senza il maestro unico, ma con insegnanti che nelle ore pomeridiane si occupano anche del problema linguistico, altro che selezione e test a quell’età.  

Poi siamo in un momento di difficoltà per le famiglie italiane perché si guadagna meno che negli altri paesi e le tasse e i prezzi, nonostante gli slogan, sono più alti. Senza parlare poi del problema del precariato e delle vittime che faranno le così dette “riforme” propugnate dai vari ministri kamikaze. Le riforme, specie se comportano tagli e attacchi al sociale, si fanno in momenti favorevoli dal punto di vista economico, e questo non sembra il momento giusto, ammesso che queste siano riforme.

Vogliono cambiare persino la scuola elementare, uno dei nostri pochi fiori all’occhiello (al quinto posto nelle classifiche internazionali per i buoni risultati dei suoi alunni) Con la diffusione del lavoro femminile il modello di scuola a tempo pieno ha incontrato il consenso delle comunità .Al tempo pieno sono assegnati di base due docenti per classe e un orario di funzionamento di 40 ore settimanali con strutture come le mense e un servizio di trasporto. A ciò può aggiungersi il docente di lingua straniera, quello di religione e quello di sostegno, nel caso vi sia presenza di alunni diversamente abili o nel caso il team di base non abbia il titolo per insegnare la lingua straniera. Tornare alle 24 ore settimanali scarica un problema sociale sulle famiglie e impoverisce la scuola: non garantisce in tutte le classi l’insegnamento della lingua straniera, ma non mette in discussione l’ora di religione che, sebbene non obbligatoria, continua a essere garantita nell’orario obbligatorio. I bambini saranno privati della ricchezza culturale data dalla pluralità dei docenti e le famiglie dovranno riorganizzarsi per curare i loro figli sbattuti fuori dalla scuola per gran parte della giornata. Un tempo più lungo, la presenza di due insegnanti durante un’attività di gioco o un’uscita o un lavoro di gruppo, non sono uno spreco, ma indispensabili per una scuola formativa e di qualità a cui non bisogna rinunciare.

E ancora: le scuole nelle piccole isole e nei piccoli comuni montani potrebbero sparire già dal prossimo anno. Il Piano detta le regole per tagliare in un triennio 132.000 posti. In tutt’Italia sono 4.200 i plessi con meno di 50 alunni, gli alunni saranno costretti a percorrere chilometri per raggiungere la nuova scuola e, oltre al danno la beffa, i costi per i trasporti e l’adeguamento edilizio saranno a carico degli enti locali.
E per finire l’università. La legge 133/2008 prevede una riduzione annuale fino al 2013 del Fondo di Finanziamento Ordinario di 467 milioni di euro; un taglio del 46% sulle spese di funzionamento; una riduzione del turnover al 20% per l'Università (su 5 docenti che vanno in pensione al più 1 nuovo ricercatore potrà essere assunto) nel periodo 2009-2013; un taglio complessivo di quasi 4 miliardi di euro in 5 anni e l'istituzione di un percorso burocratico che permetta la trasformazione delle Università pubbliche in Istituti privati.

Si sa che la scuola ci ripropone, a livello ciclico, i movimenti e la protesta, ma la domanda è: questa volta poiché non sono solo gli alunni e gli studenti a protestare, ma genitori, docenti, rettori, non sarà che si tenti di combinare sulla scuola un guaio come gia si sta facendo da altre parti? E se si continueranno ad innescare questi germi di arroganza e presunzione che fanno si che si annuncino prima interventi della Polizia, dopo smentiti, poi si decida di convocare i rappresentanti della scuola (quali e con quale metodo?)  quando il decreto è già firmato, potremmo far crescere odio e contrapposizione senza sapere dove potremmo arrivare. E i cocci? I cocci sarebbero i nostri figli che si potrebbero trovare in mezzo a situazione complesse. Ma è questo che il governo vuole, è questo che vogliamo noi tutti?

                                                                                                                                             Giancarlo Testi    

 

P.S. Anche Anzio e Nettuno ha visto una adesione molto alta nonostante gli insegnanti siano prevalentemente di ruolo e non precari.

  

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                                                             Ultimo aggiornamento: 14-04-11