E’ domenica mattina, è
una bella giornata, mi sono svegliato con il piede giusto e decido di
andare a fare quattro passi lungo il litorale. I raggi del sole arrivano
tiepidi e riscaldano la pelle e una leggera brezza tesa non riesce ad
offuscarne il calore. Invece sembra incidere maggiormente sulle onde del
mare che, alte e allungate, sbattono fragorosamente sulla spiaggia e sugli
scogli laterali con un sordo rombo di schiume che rotolano. Onde
abbastanza regolari ma che stanno crescendo.
Da lontano vedo un
insolito affollamento di macchine sul marciapiede e sulla piazzetta
davanti allo stabilimento Lido di Garda.
Certo qui forse non si può planare lungo la parete come
sarebbe possibile con le onde dell’oceano, ma bisogna sapersi accontentare,
anche se il punto di rottura dell’onda è facilmente individuabile e queste
iniziano ad incresparsi tutte allo stesso modo. Nelle auto ai bordi della
strada c’è movimento. E’ la vestizione degli atleti. Come gli antichi
cavalieri prima di un torneo, si infilano faticosamente e con non poca
difficoltà le loro mute. Devono diventare una seconda pelle e, specie in
questa stagione, anche i piedi e le mani devono essere coperti.
Certo appaiono buffi mentre distribuiscono la wax
(paraffina) sulla tavola per aumentare l’atrito e consentire una migliore
manovra o con il leash (cavo elastico che unisce la poppa della
tavola al serfista) appeso alla caviglia, ma loro non se ne curano e
proseguono il loro rito che alla fine li condurrà finalmente a puntare il
nose (la punta della tavola) verso il mare aperto per andare alla
ricerca della migliore line up, ovvero la zona in cui l’onda comincia
a frangere e dove si posizioneranno per prenderla.
Qualcuno si affaccia al parapetto sopra lo stabilimento e
alzando il colletto del proprio giaccone sente un brivido corrergli per
tutta la schiena e pensa: ma chi glielo fa fare? Perché non praticano sport
più semplici?
Mi fermo a parlare con un gruppetto, dei local perché
sono di Nettuno. Mi spiegano che la motivazione è l'elemento primario che
porta alla pratica del surf o d’altri sport estremi che loro stessi, spesso,
praticano. Dicono anche che quando non c’è la possibilità di praticarli si
sentono senza stimoli, con sensazioni d’irrequietezza, di disagio e, in
alcuni casi, d’ansia. Sostengono di divertirsi e provare attrazione innanzi
tutto per quegli sport la cui attività comporta un rischio, una specie di
sfida verso se stessi e una ricerca di sensazioni nuove e comunque
esclusive. Mi sposto e parlo con altri, mi dicono che lo fanno perché “è
figo” e allora capisco che anche fra i surfisti non c’è una sola categoria.
Così si sfata, ma forse non completamente, l’idea dell’”esclusività” di
alcuni sport estremi.
Forse alcune letture sul tema mi hanno portato fuori strada e
pensavo a veri e propri stili di vita alternativi: il culto di certi film,
di certa musica, di certe frequentazioni che accompagnano il gioco tra
mente e corpo, tra abilità tecnica e coraggio, tra preparazione atletica e
sprezzo del pericolo si sfalda. Quel mondo a parte vissuto con la libertà e
la consapevolezza del diverso e del rischio forse non esiste almeno da noi,
resta però il fatto che nel surf lavora più la mente, che il fisico stesso.
Quindi il surf non è uno sport per tutti ma forse uno dei modi per sentirsi
"vivi", per non cadere in un senso di vuoto e noia, nella routine
quotidiana.
Abbasso lo sguardo e vedo una giovane coppia “appollaiata”
sul tetto dello stabilimento. Ora guarda i serfisti, ora guarda il mare, ora
si guardano negli occhi e penso che ci sono tanti metodi per combattere il
senso di vuoto e di noia e per sentirsi vivi e loro ne hanno trovato uno.
Giancarlo Testi