Adesso tutti ci spiegano che noi cittadini non avremmo
capito niente.
ACQUAPUBBLICA: ABBIAMO VOTATO UN REFERENDUM TRUFFA?
di
Giancarlo Testi
“Il buon senso c’era, ma se ne è stato nascosto per paura del senso
comune -
ha oggi sentenziato qualcuno - e i referendum sono stati
referendum-truffa”. Affermazione pesante ma purtroppo suffragata
da fatti assai concreti. Anche a livello locale sono di questo
tenore le affermazioni dei sindaci, a partire da quelle del sindaco
di Anzio Luciano Bruschini, che addirittura si rifiuta di
riconoscere (anche conoscere) quelli del comitato Acquapubblica,
fino a quelle del sindaco di Nettuno Alessio Chiavetta che, anche
nell’ultimo consiglio comunale ha ribadito il suo scetticismo
rispetto alle aspettative che molti avevano riposto sulla vittoria
referendaria. L’argomento era stato imposto dall’opposizione, ma il
primo cittadino di Nettuno ha direttamente affrontato il problema e
ha ricordato la sua posizione, quella che sostiene da sempre, ovvero
che il referendum, positivo dal punto di vista politico, resta di
scarsa rilevanza rispetto a cambiamenti concreti. Inoltre ha preso
le distanze da chi fa opera di propaganda, come il sindaco di
Aprilia, ma poi costringe alcuni comuni, come Anzio e Nettuno, a
provvedere alle inadempienze di altri comuni. Non completamente
soddisfatti, ma contenti che si sia parlato del tema in consiglio, i
volontari del movimento. Meno soddisfatto il solito consigliere
Massari che, ricordando a tutti che le battaglie sull’acqua pubblica
avevano consentito uno spazio politico a molti di coloro che oggi
siedono in consiglio, e disapprovando l’analisi di coloro che hanno
sostenuto che i quesiti referendari non erano stati pienamente
capiti dai cittadini, ha liquidato l’argomento con una frase
sibillina: “Si sta soffiando nel ciufolo”. Anche il
consigliere Rodolfo Turano si è posto ed ha posto una domanda: “
Noi siamo padroni in casa nostra? Vogliamo fare gli
interessi di capitali sopra le nostre teste o vogliamo fare gli
interessi dei cittadini? Non è consentito far guadagnare il
capitale nazionale e sovranazionale con il 49%”. Il
consigliere del Fli, Giuseppe Bellucci, sostiene che siamo di fronte
ad un altro evidente fallimento della politica e sostiene che serve
un cambiamento di direzione perché non si possono spendere soldi per
far votare un referendum e poi ricevere dalle istituzioni che quel
referendum non cambia niente. Secondo Bellucci non sempre pubblico è
sbagliato come non sempre privato è sbagliato e bisogna sempre
ragionare in maniera pragmatica, evidenziando che gli obblighi
europei cambiano nuovamente la situazione. Poi, parafrasando il
discorso dell'acqua, sostiene che è il paese che fa acqua da tutte
le parti e che se le cose non dovessero andare bene sicuramente
queste società saranno le prime ad andare a fondo.
Dopo le spiegazioni del sindaco Chiavetta e la disquisizione sui
reali effetti del referendum ed alcune testimonianze, come quella
del consigliere Mariano Leli che ha sostenuto di aver capito subito
la situazione e per questo non essere nemmeno andato a votare. Il si
al referendum, secondo Leli, non serviva a niente perché non
privatizzava la gestione e cambiava solo piccole questioni, mentre
si deve spingere sul fronte della rappresentanza (Anzio e Nettuno
rappresentano un quinto degli utenti mentre in consiglio di
amministrazione hanno solo un consigliere).
A questo punto sintomatica è stata la dichiarazione del consigliere
Paolo Favari: “Ma allora questi referendum sarebbero stati
ingannevoli – ha dichiarato – la classica montagna che ha
partorito il topolino. Una delusione, almeno per chi, come me, a
questo referendum aveva creduto”.
A lui, e non solo, ha risposto l’assessore Alberto Andolfi che ha
rifatto la storia dell’acqua sul litorale, anche perché tirato per
la giacca da Simone Massari. “Noi veniamo dai famosi “pozzi
di Carano” – ha sostenuto il vice sindaco - eravamo
attrezzati e si pagava poco. La media era di 250m³ a famiglia per
un totale di 150.000 lire l'anno. Ma quando ci fu lo studio sui 38
comuni d'ambito si scoprirono una serie di magagne. Mancati
controlli, perdite, cattiva gestione che comportano una serie di
debiti da parte del Carano: tra cui circa 10 milioni di euro alla
regione Lazio e 8/10 milioni a Nettuno. In pratica l’acqua non
veniva pagata. Oggi con la stessa media di 150m³ si spende 1000
euro l'anno; - ha continuato Andolfi - l'acqua è aumentata di
prezzo e, chiaramente, i cittadini si lamentano. A ciò si deve
aggiungere che ci sono anche state evidenti inadempienze di
Acqualatina ma oggi non c'è possibilità di derogare dalla legge
dello Stato. Però l’articolo 19 bis sancisce che chi gestisce
l'acqua lo deve fare in modo onesto. L’aumento dei costi ha creato
malcontento, ma pensare di tornare ad una gestione pubblica non
porterà alcun risparmio. Bisogna invece puntare ad aumentare la
quota prevista per l’applicazione della tariffa minima (oggi 150m³)
e ad un maggiore controllo sulla correttezza del servizio”.
Gli amici del comitato Acquapubblica, pur se consapevoli che non si
è andati incontro alla necessità di eliminare il famoso 7% di
remunerazione e per alcune inesattezze che sarebbero state dette in
consiglio, sono rimasti moderatamente soddisfatti perché finalmente
in consiglio comunale si è parlato di acqua. Non si sarebbe sposata
la volontà referendaria e sarebbero state dette numerose inesattezze
rispetto al regolamento e ai contratti, ma tutto ciò potrebbe essere
superato quando l'organo di controllo sull’energia dovrà verificare
l’esattezza della nuova tariffa. D'altronde, secondo la loro
strategia, togliere il guadagno fisso sul sistema integrato vorrebbe
dire mettere per terra il gestore privato. Questa quindi la
strategia del comitato: togliere il guadagno fisso al gestore, per
scoraggiarlo e ricondurre l’acqua ad una gestione pubblica.
Ma, tornando al tema dei possibili referendum-truffa ci si potrebbe
chiedere quali risultati sono stati raggiunti. Innanzi tutto dai
quesiti in sé che, anche grazie ad una campagna referendaria
fiancheggiata dalla grande stampa e dalla Tv che li ha fortemente
supportati, non contenevano la lotta alle privatizzazioni della
gestione dell’acqua come i cittadini si attendevano. Anzi, oltre ad
essere stato un costo, i referendum sarebbero stati una trappola per
i contribuenti poiché, trasversalmente e con abilità, i politici
hanno da sempre la capacità di far sembrare cancellato ciò che
sembrava un costo per la collettività, ma lo spostano in un anfratto
meno visibile agli occhi degli ignari cittadini. Il referendum
sull’acqua sarebbe, in questo caso, un vero caso di scuola.
Nella legge sottoposta a referendum si dice espressamente che
l’acqua resta un bene pubblico, così come le infrastrutture e le
reti. Se l'acqua è di tutti, non è però che l'acqua arrivi da sola
limpida e depurata nelle nostre case. Questo è un servizio che costa
e che qualcuno deve gestire. Ma la gestione, a meno che non si operi
come faceva il Carano, ha un costo, sia per il pubblico che per il
privato. Oggi il servizio è gestito per il 97% da operatori "in
house", cioè da quelle società partecipate interamente dai comuni, o
a controllo prevalente pubblico, pertanto la responsabilità di
disservizi, tariffe, inquinamenti, spreco d'acqua (47 litri su 100,
calcola l'Istat) è al 97% responsabilità del pubblico. Ma la legge
non stabilisce che debba passare ai privati. L'obbligo della gara è
una garanzia irrinunciabile per i cittadini che dovrebbero sapere a
quali condizioni il loro comune concede la gestione del servizio e,
quindi, quali condizioni deve rispettare l'operatore. I tubi
dell’acqua, anche a Nettuno, perdono come dei colapasta e, nei
prossimi anni, sarà necessario investire molti miliardi di euro per
ridurre decisamente le perdite. Per finanziare questi lavori non ci
sono altre strade: o aumentare il costo dell’acqua, cercando di
rendere anche più consapevole la popolazione, o, a livello pubblico,
scaricare gli investimenti nelle casse comunali. Insomma sempre noi
saremmo a dover pagare, referendum o non referendum.
Per concludere: nessuno vuole mettere in dubbio la buona fede e il
grande lavoro svolto dai comitati dell’Acquapubblica, ma però non
vorremmo che alla fine, oltre le loro volontà, il tutto si riducesse
alla riproposizione di una locuzione latina, quel “panem et
circenses”che significava l’assunzione di consenso popolare
attraverso le elargizioni economiche e la concessione di svaghi.
“Panem et circenses”
allora, “Aquam et circenses”
oggi?