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“Primum vivere, deinde philosophari” … ma non ci staranno
prendendo per i fondelli!
PIL, SPREAD, DEFAULT:
LA
REALTA’ CHE STIAMO VIVENDO, ANZI RISCHIAMO DI SUBIRE.
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di
Giancarlo Testi
Certo oggi la situazione è grave e sarebbe sbagliato ignorarla. Chi
cerca di ragionarci sopra e magari cercare le responsabilità e la
possibile uscita è subito tacciato da “filosofo da strapazzo”. Il
Paese è sull’orlo del baratro, quindi, prima vivere e poi filosofare
e quindi sacrifici, sacrifici, sacrifici. Ci si è posto quindi un
problema e per primi se lo sono chiesto gli stessi politici: a chi
affidare il Paese nell’attuale crisi socio-politico-economica.
S’imponevano tagli difficili da digerire dagli elettori. Meglio
passare la mano a dei tecnici che fanno il lavoro sporco per poi
ripresentarsi “nuovamente vergini” alle prossime elezioni. Ma la
mazzata è stata pesante ed è difficile che i cittadini pensino che i
partiti non ne siamo responsabili. Pochi tagli alla spesa pubblica,
nessuna vendita del patrimonio immobiliare dello Stato, nessun
taglio sugli armamenti, così come alla casta e nessuna equa tassa
sui grandi patrimoni. Invece cosa arriva? Ancora tagli allo Stato
sociale, tagli alle pensioni, nuove tasse per coloro che le hanno
sempre pagate, Ici sulla prima casa, anche a coloro che hanno fatto
i salti mortali per averla e sulla quale ancora devono pagare il
mutuo, aumenti della benzina e la cancellazione di conquiste ed
aspettative maturate negli anni, e via di seguito. Ma ci sarà
qualcuno che usufruirà di queste scelte? Fatte salve le banche e le
aziende, pochi altri.
Non c’è niente da fare, la visuale economica del profitto continua a
prevalere su qualsiasi altro valore, ad iniziare dalle esigenze,
anche primarie, della persona umana. Un mondo al contrario che più
che vivere, stiamo rischiando di subire. Infatti le presunte ricette
per superare una crisi, che non è solo economica ma anche morale,
sembrano imposte da quella stessa classe politica che ha contribuito
a produrla. Così, mentre i colposi partiti, chi più chi meno, si
nascondono dietro il “loro” governo tecnico, e recitano parti
patetiche cresce nel Paese una sorta di ribellione intuitiva, tipica
di chi non ha la conoscenza specifica di tutte le componenti che
concorrono alla crisi, ma che deve fare, tutti i giorni, i conti con
le difficoltà della vita. Di coloro che vedevano, prima la casta
viaggiare su auto blu con scorta, lontani dalla realtà quotidiana, e
che oggi devono fare i conti con presunti tecnici, che hanno sempre
girato intorno alla politica e alla classe dirigente del Paese, che
effettuano, magari con le lacrime agli occhi, scelte i cui effetti
non graveranno mai concretamente su di loro.
Ma la politica dove sta? Ma la politica può essere succube dei
poteri e delle logiche economiche e finanziarie? Sembra di si se è
vero che anche coloro che oggi appoggiano il governo ci fanno sapere
che loro avrebbero fatto scelte diverse. Perché allora non le fanno?
Forse ha ragione chi sostiene che siamo in un regime di vera e
propria dittatura della finanza sull’economia reale. Il rischio è
che al governo ci siano sovranazionali non elettivi. Ma come è
possibile. Solo qualche mese fa si rivendicava il potere sovrano del
popolo. Dove è finito quel popolo?
Ma giornali e Tv ci continuano ad ammorbare con il tormentone dello
spread e del debito pubblico. Problemi reali per i quali l’Italia e
l’Europa sarebbero sotto osservazione, ma da parte di chi? Dalle
così dette Agenzie di Rating che non sono a guardia della virtuosità
degli stati e delle banche, visto che gli attori che possiedono la
maggioranza di queste Agenzie sono gli stessi che hanno interessi
primari nella speculazione finanziaria. Come affidare un pollaio ad
una volpe.
Allora cosa si poteva fare? In primis una redistribuzione più equa
dei redditi. Anche in questi giorni le statistiche ci dicono che il
divario, tra chi ha troppo e chi ha troppo poco, sta aumentando. Gli
unici esercizi in grande attivo sono quelli che producono prodotti
ad alto costo, ultimamente vanno anche alla grande le ditte che
producono grandi casseforti, magari per nascondervi il denaro e i
preziosi che vengono prelevato dai conti correnti e dalle banche, le
cassette di sicurezza sono divenute introvabili. Una redistribuzione
che potrebbe alimentare meglio la domanda interna di consumi, vero
volano per far ripartire l’economia. E cosa dire della riforma delle
pensioni? Ma come si può sostenere che si vuole creare lavoro per i
giovani e le donne e poi si obbligano le persone, per scelta o
convenienza a restare al lavoro fino a circa 70 anni? Ma a queste
cose sono poco interessati sia i governi politici, sia quelli
tecnici. La casta, sia essa tecnica o politica, tende ad indicare a
noi cittadini la virtuosa strada dei sacrifici e della
responsabilità, non rendendosi poi conto che la gran parte di loro
sono la negazione di questi stessi valori. D’altra parte basta
pensare che un giovane, se indagato, non può nemmeno partecipare ad
un concorso pubblico per fattorino, mentre il Parlamento è pieno di
indagati, anche per atti gravi.
E arriviamo alla domanda finale. Ricordate, oggi sembra che
l’attenzione allo spread debba guidare le nostre azioni e solo
qualche mese fa si pensava che la cosa più importante fosse il Pil.
Allora voglio concludere con un famoso discorso di Robert Kennedy
sul Pil come mezzo per misurare il benessere di un Paese.
“Non troveremo mai
un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel
mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare
senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo
spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i
successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo. Il
PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità
delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre
autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette
nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e
le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende
programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere
prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di
napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca
per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si
accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare
le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si
ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie,
della qualità della loro educazione o della gioia dei loro
momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia
o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro
dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene
conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità
nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia
né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra
conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro
paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita
veramente degna di essere vissuta”.
Erano senza dubbio
riflessioni “rivoluzionarie”, infatti solo tre mesi dopo fu ucciso.
Da allora sono passati più di quarant’anni, ma non è cambiato nulla.
Dal Pil si passa allo spread e si continua a misurare il benessere
delle nazioni solo con meri indicatori economici.
Giancarlo
Testi
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