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Arriva il 2012
ma sconta i problemi di 30 anni di malgoverno.
OTTIMISTI, MA NON STUPIDI
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di
Giancarlo Testi
Arriva il 2012 e, dopo
un 2011 già molto difficile, sarà un anno che, purtroppo, aggraverà
le difficoltà e le tensioni. Per gli italiani, per molti, per i
soliti noti, direbbe qualcuno, la situazione non sarà delle più
rosee. L’indebitamento e la mancata crescita, oltre la situazione
del mercato del lavoro più che un grido d’allarme sembra piuttosto
la conferma spietata di una situazione davvero difficile nella quale
la crisi economica grava rendendo una generazione senza orizzonti e
annaspante in un mercato del lavoro che ogni giorno distrugge
probabilità di occupazione. D'altronde la nuova organizzazione di
stampo capitalistico del lavoro si è sempre di più caratterizzata
con l’esplosione della precarietà, della flessibilità, della
deregolamentazione, sotto forme senza precedenti.
È il disagio del
lavoro. Coloro che hanno la fortuna di averne uno hanno paura di
perderlo, per tanti giovani o ex giovani e donne il lavoro è solo un
miraggio. La disoccupazione diventa il problema più serio ed oggi è
accompagnata da una precarizzazione che sta eliminando diritti
conquistati da anni ed anni di lotta. In un sol colpo si cancella
tutto e si cerca di mettere in contrasto le generazioni, come se
diminuire i diritti dei padri aiutasse a risolvere i problemi dei
figli. Come se la flessibilizzazione del lavoro fosse una soluzione
per aumentare l’occupazione. Ma economisti e tanti giornalisti ci
ammoniscono quotidianamente ricordandoci che il problema è lo
spread, il pil, il debito, la produttività. Tutti però si scordano
che la produttività di un paese migliora solo con gli investimenti e
l’innovazione e che l’Italia, sui due fronti, è ferma al palo. Il
governo Monti sarebbe stato più credibile se avesse dato sostanza a
quella parola più volte enunciata ma mai, di fatto, declinata:
l’equità. Avrei voluto vedere un netto cambio di rotta rispetto alle
ricette finora seguite in Italia e in Europa per affrontare la crisi
che è economica, ma anche culturale e sociale. Più che applaudire la
Bce quando ha messo in tavola una torta da quasi
500 miliardi di
euro per le banche, con la garanzia degli Stati, sotto forma di
prestiti al tasso di favore dell’1%, destinati a sbloccare i crediti
verso l’economia reale ma che sono destinati ad acquistare i bond
sovrani. Facile, facile, si prendono i soldi al tasso dell’1% e se
ne ricava subito il 5 o il 6%. Ma a chi saranno utili queste
risorse, oltre che alle banche? E chi pagherà se le cose non
andranno bene?
A me sarebbe piaciuto
scommettere su politiche di sviluppo diverse, ad una equità
maggiore, ad una maggiore attenzione al nostro vero “core business”,
ovvero al turismo con una maggiore cura dei beni comuni e alla loro
pubblicizzazione, agli investimenti sulla messa in sicurezza del
territorio e del paesaggio, alla rigenerazione urbana,
all’investimento sulla sicurezza ambientale delle nostre città, alla
valorizzazione dei territori, avendo ancora negli occhi le tragedie
della Liguria e di Messina, lo scempio dei crolli di Pompei,
l’erosione delle nostre coste. Maggiore attenzione rispetto alle
eccellenze presenti, alle imprese artigiane e contadine, insomma mi
sarebbe piaciuto se Monti, oltre ad avere un diverso atteggiamento
con l’Europa, avesse fatto intravedere l’idea di una riconversione
dell’economia. Un po’ di decrescita felice, meno pil (che non porta
felicità), più attenzione alle vere esigenze dei cittadini.
Ma non mi sembra che
di questo si stia parlando. Mentre sostiene di non conoscere bene il
problema dell’Ici per gli immobili della chiesa, dei sindacati e
quant’altro e di avere difficoltà nel prendere provvedimenti per gli
“scudati” (con loro c’è da onorare un contratto, si dice, mentre non
varrebbero i contratti fatti con tutti i lavoratori rispetto alle
pensioni), di non avere gli strumenti per poter fare patrimoniali
serie ( ricorrendo a tagli lineari che non vanno a colpire i
possessori di grandi patrimoni ma magari chi ha avuto la sventura di
avere il gusto di andare per mare ed ha una piccola imbarcazione),
di non poter fare tagli incisivi alle caste, di svicolare sulla
questione del regalo delle frequenze televisive a Rai e Mediaset, di
non prendere provvedimenti su spese militari fuori dal tempo ed
inutili (vedi acquisto dei caccia per 15 miliardi di euro), mette in
atto una manovra insopportabile rivolta “ai soliti noti”.
Una manovra che, come
ha sostenuto il segretario della Cisl Bonanni, “poteva fare anche
mio zio”, o, come recitava Petrolini, “i soldi bisogna
prenderli dai poveri, ne hanno pochi, ma sono tanti”.
Come dire: passa il
tempo ma le cose non cambiano e la storia non insegna niente. Però
sia Monti che il presidente Napolitano invitano gli italiani ad
essere ottimisti: l’Italia è un grande Paese e ce la farà. Si ce la
farà, ma chi pagherà il prezzo? Ai politici poco interessa tutto
questo, e subito ci si lancia sul nuovo slogan dell’ottimismo. A
Ceregnano, in provincia di Rovigo, il sindaco ha pensato che ci
fosse bisogno di un nuovo assessore: quello della felicità.
"Bisogna avere ottimismo a prescindere da tutto - ha spiegato
il primo cittadino - ci si deve
allenare a sorridere un po’ di più alla vita, sdrammatizzando le
cose brutte e infine, per restare in politica, bisogna dare più
fiducia all’attuale governo, che sta lavorando per noi”. Il problema
è declinare quel “noi”. Ma questa è l’Italia.
Noi siamo ottimisti di
natura. Ottimisti si, ma stupidi no! Auguri a tutti.
Giancarlo
Testi
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