
E’
sempre difficile parlare di mafia. Ho ancora negli occhi le immagini del
film Fortàpasc che ho visto in questi giorni e la vita stroncata di un
giovane che invece la vita la amava, come il suo lavoro tanto che, cercando
di farlo bene si informava, verificava le notizie, indagava sui fatti, e per
questo è stato ucciso. Ma anche lo stesso Roberto Saviano è costretto ad
andare in giro con la scorta dopo l’uscita del suo libro “Gomorra” e
del film successivo. Perché di politica si può parlare, ma di mafia no. Ogni
volta che anch’io ho affrontato questo problema c’è sempre stato qualcuno
che mi ha accusato per aver messo in cattiva luce le nostre città, che
dovrebbero vivere di turismo. Guarda caso anche la politica, che non fa
niente o quasi per quell’attrazione turistica necessaria, poi si scandalizza
se si parla di questioni malavitose nel proprio territorio. Eppure tanti ci
invitano ad aprire gli occhi circa alcune “evidenze malavitose”
riscontrabili sia ad Anzio che a Nettuno.
L’invito, ribadito anche dall’ex magistrato De Magistris quando è venuto a
Nettuno, è quello di
ripartire dalle cose ovvie, dalla onesta dei nostri rappresentanti,
dall’etica, perché oggi controllando l’economia si controllano i flussi e il
lavoro che diventa un vincolo di ricatto e di appartenenza. E non sono cose
lontane da noi, bisogna fare molta attenzione, perché i mafiosi non sono più
semplici malviventi, non hanno più il profilo a cui sono ancora attaccati i
media nazionali, ma si mescolano tra noi, vivono tra i colletti bianchi,
siedono nei consigli comunali, dirigono banche e acquistano centri
commerciali, e nei posti di comando e controllo non si siedono più gli amici
dei mafiosi e i delinquenti, ma direttamente gli stessi mafiosi.
Esempio eclatante, perché il
clichè è sempre lo stesso, è la
maxi operazione “Arcobaleno” che ha portato al sequestro di beni del
valore di oltre 400 milioni di euro e a 77 arresti. Gli inquirenti ,
attraverso un’indagine lunga e complessa portata avanti con l’impiego di più
di 500 tra poliziotti e finanzieri, coordinata dalla Direzione Distrettuale
Antimafia della Procura della Repubblica di Napoli e condotta dalla Questura
di Latina, hanno rilevato due holding imprenditoriali, operanti
prevalentemente nel settore dell'edilizia, nelle Province di Roma, Latina e
Napoli, gestite, direttamente o attraverso prestanome, da soggetti collegati
al clan camorristico Mallardo. L'ordinanza del Tribunale di Napoli disegna
la rete criminale legata alla compravendita di case e terreni e non
mancherebbero operazioni di rilievo sia ad Anzio che a Nettuno e si riserva
di accertare le eventuali connivenze con amministratori ed esponenti
politici pronti a “facilitare” le manovre. In pratica tutti sono stati
ritenuti responsabili di associazione per delinquere di tipo mafioso
finalizzata al controllo di attività economiche ed al riciclaggio e
reimpiego di capitali di provenienza illecita.
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Le indagini nel
loro complesso hanno permesso di indagare altre 77 persone per
intestazione fittizia di beni aggravata dalle modalità mafiose, 8 di
essi, anche per associazione per delinquere di stampo mafioso.
Sono state
individuate 30 società utilizzate per l'illecita attività, tutte poste
sotto sequestro preventivo.
Sono stati
sottoposti a sequestro i seguenti ulteriori beni, tutti riferibili
alle persone fisiche e giuridiche investigate: n.98 terreni; n.456
fabbricati; n.49 rapporti bancari; 27 auto motoveicoli e 2
imbarcazioni; n.2 polizze assicurative.
Il tutto per un valore complessivo di oltre €
400.000.000. |
L’operazione “Arcobaleno” dimostra ancora una volta che l’edilizia è
il cavallo di Troia delle mafie nelle regioni del centro-nord spesso
sottovalutato, anche nel Lazio. Serve quindi, invece di scandalizzarsi, di
porre in atto delle “minime precauzioni” per scongiurare infiltrazioni
mafiose negli appalti perché la mafia ha interesse a penetrare nel cuore
delle imprese che nascono legali. La mafia vuole oggi presentarsi non con la
coppola e la lupara, ma con un volto rispettabile e avvalersi di know how
che non possiede. Non agisce mai in prima persona ma utilizza prestanome
spesso poco consapevoli. L’operazione è certamente fra quelle più
significative ed è stata possibile grazie ad una serie di intercettazioni,
quelle che ultimamente stanno tanto antipatiche al Presidente Berlusconi.
Anche Anzio e Nettuno sono stati visitati dagli investigatori della squadra
mobile di Latina e sono stati acquisiti nuovi documenti per poter capire se
il clan Mallardo aveva rapporti con amministratori o funzionari degli enti
pubblici. Intanto a Nettuno è stato posto sotto sequestro un complesso di
una ventina di immobili nella zona compresa tra via Giuseppe Di Vittorio,
via Astura e via Traunreut, case riconducibili a società controllate da
Antonio Pirozzi, uno degli arrestati, ad Anzio invece, è stato sequestrato
un terreno dove era stato appena aperto un cantiere riconducibile alla
società di Pietro Paolo Dell'Aquila, arrestato in zona. Come finirà
l’indagine non è detto ancora sapere ma si dice che qualcuno sia assai
preoccupato delle ulteriori carte acquisite che dovranno fare chiarezza su
possibili connivenze di amministratori e politici che avrebbero potuto aver
facilitato le manovre mafiose, magari a fronte di attività lecite.
Avevo cominciato con Fortàpasc, ma a questo punto mi torna alla mente un
altro film sul tema. La storia di un altro giovane, di Peppino Impastato che
vive cercando di sfuggire ad un’inesorabile legame con l'ambiente mafioso
che il padre, Luigi Impastato, un po' per inerzia, un po' perché ha una
moglie da proteggere e due figli da crescere, non ha la forza di rompere.
Anche di fronte alla vulnerabilità sua e della propria famiglia, Peppino,
animato da uno spirito civico irrefrenabile, non esita, con l'involontaria
complicità del fratello Giovanni, ad attaccare "don Tano" e a denunciarne
pubblicamente le malefatte. Anche lui pagherà con la vita. Restano
nell’animo quei soli cento passi che, nella piccola Cinisi, occorre fare per
colmare la distanza tra la casa degli Impastato e quella del boss mafioso
Tano Badalamenti, ovvero da una famiglia onesta e la casa di un mafioso. E
la domanda è questa: se ognuno di noi fa cento passi, siamo certi che ci si
possa imbattere in “odore di mafia”? Forse ne bastano anche meno.
Di Giancarlo Testi