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Invece sembra incidere
maggiormente sulle onde del mare che, alte e allungate, sbattono
fragorosamente sulla spiaggia e sugli scogli laterali con un sordo
rombo di schiume che rotolano. Onde abbastanza regolari ma che stanno
crescendo. Da lontano vedo un insolito affollamento di macchine sul
marciapiede e sulla piazzetta davanti allo stabilimento Lido di Garda.
I “cavalcatori delle onde” hanno fatto passare la voce, quello odierno
è uno di quei pochi giorni all’anno in cui si possono trovare spot
(luoghi) adatti a praticare il surf e questo è uno di quei posti con
un fondale che ha le caratteristiche necessarie per creare le tanto
sospirate onde. Certo qui forse non si può planare lungo la parete
come sarebbe possibile con le onde dell’oceano, ma bisogna sapersi
accontentare, anche se il punto di rottura dell’onda è facilmente
individuabile e queste iniziano ad incresparsi tutte allo stesso modo.
Nelle auto ai bordi della strada c’è movimento. E’ la vestizione degli
atleti. Come gli antichi cavalieri prima di un torneo, si infilano
faticosamente e con non poca difficoltà le loro mute. Devono diventare
una seconda pelle e, specie in questa stagione, anche i piedi e le
mani devono essere coperti. Certo appaiono buffi mentre distribuiscono
la wax (paraffina) sulla tavola per aumentare l’artrito e consentire
una migliore manovra o con il leash (cavo elastico che unisce la poppa
della tavola al serfista) appeso alla caviglia, ma loro non se ne
curano e proseguono il loro rito che alla fine li condurrà finalmente
a puntare il nose (la punta della tavola) verso il mare aperto per
andare alla ricerca della migliore line up, ovvero la zona in cui
l’onda comincia a frangere e dove si posizioneranno per prenderla.
Qualcuno si affaccia al parapetto sopra lo stabilimento e alzando il
colletto del proprio giaccone sente un brivido corrergli per tutta la
schiena e pensa: ma chi glielo fa fare? Perché non praticano sport più
semplici? Mi fermo a parlare con un gruppetto, dei local perché sono
di Nettuno. Mi spiegano che la motivazione è l’elemento primario che
porta alla pratica del surf o d’altri sport estremi che loro stessi,
spesso, praticano. Dicono anche che quando non c’è la possibilità di
praticarli si sentono senza stimoli, con sensazioni d’irrequietezza,
di disagio e, in alcuni casi, d’ansia.
Sostengono di divertirsi e provare attrazione innanzi tutto per quegli
sport la cui attività comporta un rischio, una specie di sfida verso
se stessi e una ricerca di sensazioni nuove e comunque esclusive. Mi
sposto e parlo con altri, mi dicono che lo fanno perché “è figo” e
allora capisco che anche fra i surfisti non c’è una sola categoria.
Così si sfata, ma forse non completamente, l’idea dell’”esclusività”
di alcuni sport estremi. Forse alcune letture sul tema mi hanno
portato fuori strada e pensavo a veri e propri stili di vita
alternativi: il culto di certi film, di certa musica, di certe
frequentazioni che accompagnano il gioco tra mente e corpo, tra
abilità tecnica e coraggio, tra preparazione atletica e sprezzo del
pericolo si sfalda. Quel mondo a parte vissuto con la libertà e la
consapevolezza del diverso e del rischio forse non esiste almeno da
noi, resta però il fatto che nel surf lavora più la mente, che il
fisico stesso.
Quindi il surf non è uno sport per tutti ma forse uno dei modi per
sentirsi “vivi”, per non cadere in un senso di vuoto e noia, nella
routine quotidiana. Abbasso lo sguardo e vedo una giovane coppia
“appollaiata” sul tetto dello stabilimento.
Ora guarda i serfisti, ora guarda il mare, ora si guardano negli occhi
e penso che ci sono tanti metodi per combattere il senso di vuoto e di
noia e per sentirsi vivi e loro ne hanno trovato uno.
Giancarlo Testi
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