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L’Italia è
un paese fondato sul lavoro … ma oggi una riflessione è
obbligatoria:
IL LAVORO MANCA O NON C’E’ PIU’? |
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di
Giancarlo Testi
La classe operaia “non
va più in paradiso”, anzi, nessun lavoratore sembra destinato al
paradiso. C’è però chi sta peggio, ovvero chi il lavoro non ce
l’ha. La nuova organizzazione del lavoro si è caratterizzata in
questi ultimi anni con l’esplosione della precarietà, della
flessibilità e della deregolamentazione, con forme sempre più
penalizzanti. È il disagio per tutti, per coloro che il lavoro ce
l’hanno, ma hanno paura di perderlo e per coloro che affannosamente
e improduttivamente lo bramano. Tutti con la paura addosso, con la
precarizzazione dell’intero vivere sociale. D'altronde la
globalizzazione, la così detta mondializzazione economico
produttiva, e il conseguente spostamento della produzioni oltre i
confini nazionali, alla ricerca di investimenti più favorevoli in
paesi dove le garanzie sono minori ma dove è comunque alta la
specializzazione del lavoro, insieme ai costi meno elevati, hanno
spinto molte aziende a lasciare l’Italia per aumentare la loro
competitività. E questa delocalizzazione ha provocato una prima
significativa diminuzione della forza lavoro.

Ma i problemi non
finiscono qui. Prendiamo, per esempio, l’avvento delle nuove
tecnologie. Queste permettono certamente un aumento della produzione
senza un maggior impiego di forza lavoro, ma proprio questo
vantaggio nasconde un concreto pericolo perché in un mercato
stagnante e saturo, come il nostro, i nuovi strumenti prenderanno il
posto di lavoratori che in breve tempo si troveranno disoccupati,
visto che non esistono possibilità di reinserimento in nuovi mercati
nascenti. Presupporre investitori stranieri disposti a scommettere
risorse economiche sul nostro territorio, neanche a parlarne: troppa
conflittualità e poca stabilità e rispetto delle regole.
Conclusione: tante ditte che riducono la forza lavoro o chiudono. E
allora forse il tema non è il lavoro che in questo periodo, in
questo particolare periodo manca, ma
il lavoro che non c’è più.
La politica ha puntato
sulla flessibilità come una delle alternative per combattere la
disoccupazione, ma la flessibilizzazione non è una soluzione per
aumentare ma rischia di diventare una imposizione ai lavoratori per
far loro accettare salari più bassi e peggiori condizioni di lavoro.
Infatti, in Europa, siamo la nazione dove i lavoratori guadagnano di
meno e dove invece la classe politica e le tante caste guadagnano di
più.
In tanti speravano
nella nuova fase politica impersonificata dal duo Napolitano/Monti
ed in particolare su quella parola magica che aveva fatto schizzare
il loro gradimento a livelli incredibili: l’equità. Si, perché
tanti cittadini pensano che la nostra società non sia né equa ne
giusta, ad iniziare proprio dal lavoro. La riduzione dei posti di
lavoro è infatti cominciata quando ha prevalso la rendita sul
lavoro, quando il plusvalore prodotto è stato accaparrato dalle
rendite finanziarie invece di essere investito in miglioramenti
aziendali e ricerca. Spesso si è usufruito di finanziamenti dello
Stato, si sono presi i soldi e si è spariti. Ma tutti, come fanno
anche oggi, hanno enfatizzato i necessari incrementi di
produttività, che però sono andati solo a profitto e che non sono
stati, in nessun modo, ridistribuiti al fattore lavoro. Questo ha
provocato ricchezze immense per pochi e grandi “nuove povertà”
che toccano non tanto e non solo coloro che non dispongono di un
reddito o di un lavoro regolare e regolamentato ma anche coloro che,
pur lavorando, non riescono ad avere un reddito in grado di
garantire loro un adeguato livello di vita.
Qualcuno potrebbe
sostenere: questa è la legge del mercato. Allora voglio fare una
provocazione. Ma se si costruissero delle tecnologie avanzate che
consentissero di licenziare tutti i lavoratori, dovremmo procedere
in quella direzione? Ma questo non comporterebbe una seria
riconsiderazione rispetto al nostro assetto
sociale/politico/economico? Forse si potrebbe iniziare a pensare ad
“un altro mondo possibile!”. Magari rispolverando, in
contrapposizione con quello che si è fatto circa le pensioni, quel
“lavorare meno, lavorare tutti” pensando anche ad un vivere
diverso, più moderato e consapevole.
Ma non sembra questa
l’intenzione. Ancora una volta l'Europa ha scelto la strada più
sbagliata: quella che pone al centro del sistema economico e sociale
le banche e i banchieri e, più in generale, il capitalismo
finanziario. I soldi alle banche e le tasse per i lavoratori ne sono
un esempio. Il sistema finanziario forse si risanerà, ma della
gente comune, dei lavoratori, dei disoccupati nessuno sembra
interessarsi. Nessuno ha il coraggio di tagliare le ali alla
speculazione e nessuno sembra capire che i presupposti della crisi
attuale derivano dal malessere dell'economia reale e nel
peggioramento nella distribuzione dei redditi che ha generato una
classica crisi di sovrapproduzione e sottoconsumo, facendo
precipitare l'economia in una nuova fase recessiva. Il 2012 si apre,
e questo è un esempio fortemente esplicativo, con pesanti tasse per
tutti (meglio sarebbe dire per i soliti noti) e con un provvedimento
rivoluzionario: i negozi si possono tener aperti anche la sera,
quando si vuole. E lapidario è il commento che ha fatto una
negoziante: “ma se uno non ha i soldi per comprare alle 12, chi è
quel genio che pensa che li abbia per comprare a mezzanotte?”.
Forse qualcuno pensa che a un lavoratore della Sigma Tau, che
sta rischiando il posto di lavoro, come tanti altri, possano
interessare provvedimenti come questo? Lui si aspetta più equità, si
aspetta che qualcuno faccia pagare le tasse a chi le evade, si
aspetta una società più giusta, maggiore considerazione per tutti i
lavori, percependo che, alla fine, in questo mare tempestoso c’è
bisogno di rivedere lo stesso modello di società perché, o ci si
salva o si affonda tutti.
di
Giancarlo Testi
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