litorale sud

L’Associazione Culturale Libertà e Azione giovedì 15 maggio ha promosso  presso la Sala degli Specchi del Paradiso sul Mare (Anzio) una conferenza sul Tibet. Un mio amico, Valerio Scalia mi aveva mandato un invito tramite e-mail, invito che non ho potuto onorare per un impegno precedente, ma mi sarebbe piaciuto partecipare ad un approfondimento sulla difficile questione tibetana. Comunque se vi avessi partecipato e avessi avuto la possibilità di un intervento avrei più o meno affermato queste cose:

QUESTIONE TIBET... questione difficile.

A me spesso sembra già complicato parlare ed analizzare le cose di casa nostra, che a volte mi sembrano oscure e non sempre in linea con il sentire e lo scrivere comune,  figuriamoci addentrarsi su questioni complesse e problematiche sia per le forze che vi ruotano attorno sia per una storia e tradizioni sociali e religiose a noi lontanissime.

Ma la Cina sta diventando uno snodo importante per qualsiasi tipo di ragionamento e bisogna allora fare uno sforzo per cercare di comprendere cosa avviene in quei territori, se non altro perché nel villaggio globale succede che quello che avviene agli antiposi possa avere grande impatto su tutto il resto del mondo.

 Certo, in questi giorni è difficile parlare della Cina, avendo negli occhi le immagini della distruzione che il recente terremoto ha provocato. Angoscia e rabbia prendono il posto delle ragionate analisi sui difetti cinesi e sulle ragione dei tibetani. Le cifre sulle vittime accertate e su quelle disperse lasciano sbigottiti e a noi non resta che essergli vicini e cercare di aiutarli.

Ma poi, come sempre la vita prosegue e allora, tornando al tema del dibattito, bisogna fare in maniera che le immagini dei bambini rimasti sotto le macerie e la compassione per i genitori disperati non cancellino completamente le altre immagini dei tibetani violentemente percossi dalle guardie cinesi.

Le ultime mosse, forse ci inducono a tirare un sospiro di sollievo, se è vero che i colloqui fra i rappresentanti del Dalai Lama e la dirigenza cinese   procedono bene e se è vero che si è raggiunto un compromesso, ovvero  una situazione di piena integrazione per il Tibet ma con maggiore autonomia rispetto ad altri luoghi della Cina.  Forse Pechino ha capito che conviene proteggere la cultura e la religione del Tibet e probabilmente vorrebbe poter riaccogliere il leader religioso al più presto.

L’obiettivo immediato dei cinesi sono le Olimpiadi, e il passaggio della fiaccola il 20 giugno a Lhasa senza disordini, senza tensioni e polemiche,  potrebbe essere stato considerato dai cinesi uno scambio equo e anche la stampa cinese sembra si sia subito adeguata e gli articoli polemici contro il leader religioso e la sua “cricca” sono quasi cessati. Anche il Dalai Lama ha avuto parole di sostegno, dopo il terremoto.

Un ravvedimento? Io personalmente credo che queste siano solo mosse politiche, come però erano mosse politiche anche quelle di tanti rivoltosi che, come sempre succede in questi casi, si sono confusi con chi convintamene e pacificamente si ribellava giustamente ad uno strapotere cinese.

Perché ciò che avviene negli altipiani tibetani risulta essere assai pericoloso per la  Cina perché considera molto pericolosi gli elementi più radicali dei tibetani in esilio, quelli che secondo loro vorrebbero “alzare il livello dello scontro politico” e che, secondo diplomatici occidentali, hanno già preso contatti con i terroristi fondamentalisti islamici. Inoltre, intorno alla causa del Tibet si sono coagulate iniziative antigovernative anche della setta para buddista. E l’ombra del terrorismo perseguita oggi la Cina.

Certo, noi potremmo contestare l’invasione del 1950, ma, rispetto ai problemi attuali, questo non ci porterebbe da nessuna parte, tanto è vero che anche il Dalai Lama non chiede l’indipendenza, perchè sa che il popolo tibetano è povero e fragile se lasciato da solo.

Ma, forse, anche la Cina ha capito che non gli conviene levare autorità al Dalai Lama, anche perché la massima autorità spirituale del Tibet ha già perso la presa su una parte del suo popolo a favore delle frange più intransigenti ed estremiste. Quelli che, dopo vent’anni, al contrario dello stesso Dalai Lama vorrebbero invece proprio l’indipendenza nazionale.

Ecco che allora, a me come è stata posta la questione tibetana, improvvisamente scoperta dalla comunità internazionale che però oscilla fra condanne alla Cina e solidarietà al Tibet da una parte, e soddisfacimento di interessi politici, economici e commerciali più sostanziosi dall’altra, non piace molto.

Troppi interessi e soggetti in gioco che inducono a prudenza: si fanno vedere i pestaggi ai monaci, le proteste contro il passaggio della fiaccola, ma poi nessuno ha il coraggio di esporsi rispetto al boicottaggio dei Giochi Olimpici. Quando il Dalai Lama viene in Italia nessuno ha il coraggio di riceverlo, dal Papa al governo in carica.   Perché? Perché la Cina è strettamente legata all’Occidente, specie con gli Usa con un solido filo finanziario. Tantè che gli stati Uniti hanno depennato la Cina dalla “top ten” degli stati lesivi dei diritti umani.

Ed invece è proprio questo il problema e l’argomento che dovremmo affrontare, anche oltre il problema tibetano, perché quest’ultimo è solo una conseguenza del modo di pensare e agire della politica cinese.

La verità è infatti che i governanti cinesi non vogliono dialogare con nessuno, né con i miti praticanti tibetani, né con quelli più estremisti, né con le minoranze etniche. Chiudono la porta a qualsiasi confronto perché considerano dissolutiva, vedi impero sovietico, la politica del dialogo. Vogliono fare della Cina una Singapore di un miliardo e trecentomila persone. Vogliono caparbiamente perseguire una nazione fortemente avanzata e dinamica dal punto di vista economico ma con un controllo sociale opprimente. Dietro gli slogans della “società armoniosa” e del “socialismo di mercato”, la casta cinese  nasconde l’idea di una società con il massimo di libertà economica che però necessita e deve essere sorretta da un autoritarismo straordinario.

Quindi tutti conoscevano la situazione cinese e l’errore più grande è stato forse quello di pensare solo al problema economico e le possibilità di mercato e anche quello di assegnargli le Olimpiadi. Un premio forse immeritato dal Governo Cinese: certamente garantisce grandi introiti anche alle industrie americane ed europee, ma costituisce pericolosamente una sorta di placet alla sistematica e quotidiana violazione dei diritti umani e civili nel territorio della Grande Muraglia, sia in Tibet come nella Cina stessa.

Se non ci fossero ancora residui di strumentalizzazioni più o meno di parte non si capirebbe nemmeno l’assordante silenzio che in questi anni ha accompagnato l’escalation cinese. E quando se ne è parlato si sono usati termini prettamente economici, scordandoci spesso che in Cina ancora si muore per le percosse ricevute, spesso si vive con solo una ciotola di riso al giorno, oppure si può essere uccisi nella culla solo perché si ha la sfortuna di nascere donna.

E la colpa purtroppo non è solo dei cinesi. Noi abbiamo creato un modello di società che, per riprodurla, popoli come i cinesi e gli indiani, si stanno applicando con ogni mezzo possibile. Mentre noi straparliamo senza nemmeno sapere cosa diciamo di “diritti civili”, laggiù i prodotti confezionati a bassissimo costo, con elementi cancerogeni o comunque dannosi per la salute, vengono imbarcati e spediti ovunque, col beneplacito delle multinazionali committenti, per avvelenare il mondo.  Ma noi non ci accorgiamo di niente.

Poi però dissertiamo tutti assieme sui diritti del popolo tibetano, magari scordandoci, Cina o non Cina, India o non  India, che questa impostazione di vita non può espandersi all’infinito .

Ma del problema centrale nessuno parla, i giornali ci informano invece sul fatto che le nostre fabbriche chiudono, schiantate dalle imitazioni cinesi, e che il governo di Pechino vieta l’ingresso alla nostra mozzarella, perché pericolosa per la salute. E continua la “guerra economica”. Spesso i nostri giornali non ci dicono però che tanti nostri imprenditori, i detentori dei grandi marchi, vanto del “made in Italy”, si piegano alla strada della delocalizzazione e mentre denunciano i cinesi per concorrenza sleale vanno a fare i loro prodotti, che poi ci vendono a prezzi impossibili, nei paesi poveri dell’Europa, sfruttando e sottopagando le popolazioni locali.

E a me queste sembrano incongruenze e gravi pecche. Forse bisogna iniziare a vedere il mondo da un altro punto di vista.

Anche pensando alla questione Cinese-tibetana, alla questione di una nuova immensa nazione votata ad una crescita infinita, sul modello occidentale,  e, di contro, ai disagi di una popolazione che fatica a mettere insieme il “pranzo con il pranzo”,  bisognerebbe fare altri ragionamenti coraggiosi, ma iniziando proprio da noi, dalle nazioni più evolute.

Iniziare a convertire in atti concreti un credo che prima o poi diverrà obbligatorio: il miglioramento delle condizioni di vita deve essere ottenuto abbandonando la strada dell’aumento del consumo. Il futuro prossimo consiste nella costruzione di una nuova morale che cambi il paradigma dominante della necessità di aumentare i consumi, spesso superflui, per dare benessere alla popolazione. Tutto in controtendenza con ciò che avviene nel mondo e anche in Cina.  E’ un percorso difficile da capire, da sostenere, da praticare, ma è l’unico possibile.

                                                                                                   Giancarlo Testi

 

                                                             Ultimo aggiornamento: 21-08-09