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QUESTIONE TIBET...
questione difficile.
A me spesso sembra già complicato
parlare ed analizzare le cose di casa nostra, che a volte mi sembrano oscure
e non sempre in linea con il sentire e lo scrivere comune, figuriamoci
addentrarsi su questioni complesse e problematiche sia per le forze che vi
ruotano attorno sia per una storia e tradizioni sociali e religiose a noi
lontanissime.
Ma la Cina sta diventando uno snodo importante per qualsiasi
tipo di ragionamento e bisogna allora fare uno sforzo per cercare di
comprendere cosa avviene in quei territori, se non altro perché nel
villaggio globale succede che quello che avviene agli antiposi possa avere
grande impatto su tutto il resto del mondo.
Certo, in questi giorni è difficile parlare della Cina,
avendo negli occhi le immagini della distruzione che il recente terremoto ha
provocato. Angoscia e rabbia prendono il posto delle ragionate analisi sui
difetti cinesi e sulle ragione dei tibetani. Le cifre sulle vittime
accertate e su quelle disperse lasciano sbigottiti e a noi non resta che
essergli vicini e cercare di aiutarli.
Ma poi, come sempre la vita prosegue e allora, tornando al
tema del dibattito, bisogna fare in maniera che le immagini dei bambini
rimasti sotto le macerie e la compassione per i genitori disperati non
cancellino completamente le altre immagini dei tibetani violentemente
percossi dalle guardie cinesi.
Le ultime mosse, forse ci inducono a tirare un sospiro di
sollievo, se è vero che i colloqui fra i rappresentanti del Dalai Lama e la
dirigenza cinese procedono bene e se è vero che si è raggiunto un
compromesso, ovvero una situazione di piena integrazione per il Tibet ma
con maggiore autonomia rispetto ad altri luoghi della Cina. Forse Pechino
ha capito che conviene proteggere la cultura e la religione del Tibet e
probabilmente vorrebbe poter riaccogliere il leader religioso al più presto.
L’obiettivo immediato dei cinesi sono le Olimpiadi, e il
passaggio della fiaccola il 20 giugno a Lhasa senza disordini, senza
tensioni e polemiche, potrebbe essere stato considerato dai cinesi uno
scambio equo e anche la stampa cinese sembra si sia subito adeguata e gli
articoli polemici contro il leader religioso e la sua “cricca” sono quasi
cessati. Anche il Dalai Lama ha avuto parole di sostegno, dopo il terremoto.
Un ravvedimento? Io personalmente credo che queste siano solo
mosse politiche, come però erano mosse politiche anche quelle di tanti
rivoltosi che, come sempre succede in questi casi, si sono confusi con chi
convintamene e pacificamente si ribellava giustamente ad uno strapotere
cinese.
Perché ciò che avviene negli altipiani tibetani risulta
essere assai pericoloso per la Cina perché considera molto pericolosi gli
elementi più radicali dei tibetani in esilio, quelli che secondo loro
vorrebbero “alzare il livello dello scontro politico” e che, secondo
diplomatici occidentali, hanno già preso contatti con i terroristi
fondamentalisti islamici. Inoltre, intorno alla causa del Tibet si sono
coagulate iniziative antigovernative anche della setta para buddista. E
l’ombra del terrorismo perseguita oggi la Cina.
Certo, noi potremmo contestare l’invasione del 1950, ma,
rispetto ai problemi attuali, questo non ci porterebbe da nessuna parte,
tanto è vero che anche il Dalai Lama non chiede l’indipendenza, perchè sa
che il popolo tibetano è povero e fragile se lasciato da solo.
Ma, forse, anche la Cina ha capito che non gli conviene
levare autorità al Dalai Lama, anche perché la massima autorità spirituale
del Tibet ha già perso la presa su una parte del suo popolo a favore delle
frange più intransigenti ed estremiste. Quelli che, dopo vent’anni, al
contrario dello stesso Dalai Lama vorrebbero invece proprio l’indipendenza
nazionale.
Ecco che allora, a me come è stata posta la questione
tibetana, improvvisamente scoperta dalla comunità internazionale che però
oscilla fra condanne alla Cina e solidarietà al Tibet da una parte, e
soddisfacimento di interessi politici, economici e commerciali più
sostanziosi dall’altra, non piace molto.
Troppi interessi e soggetti in gioco che inducono a prudenza:
si fanno vedere i pestaggi ai monaci, le proteste contro il passaggio della
fiaccola, ma poi nessuno ha il coraggio di esporsi rispetto al boicottaggio
dei Giochi Olimpici. Quando il Dalai Lama viene in Italia nessuno ha il
coraggio di riceverlo, dal Papa al governo in carica. Perché? Perché la
Cina è strettamente legata all’Occidente, specie con gli Usa con un solido
filo finanziario. Tantè che gli stati Uniti hanno depennato la Cina dalla
“top ten” degli stati lesivi dei diritti umani.
Ed invece è proprio questo il problema e l’argomento che
dovremmo affrontare, anche oltre il problema tibetano, perché quest’ultimo è
solo una conseguenza del modo di pensare e agire della politica cinese.
La verità è infatti
che i governanti cinesi non vogliono dialogare con nessuno, né con i miti
praticanti tibetani, né con quelli più estremisti, né con le minoranze
etniche. Chiudono la porta a qualsiasi confronto perché considerano
dissolutiva, vedi impero sovietico, la politica del dialogo. Vogliono fare
della Cina una Singapore di un miliardo e trecentomila persone. Vogliono
caparbiamente perseguire una nazione fortemente avanzata e dinamica dal
punto di vista economico ma con un controllo sociale opprimente. Dietro gli
slogans della “società armoniosa” e del “socialismo di mercato”, la casta
cinese nasconde l’idea di una società con il massimo di libertà economica
che però necessita e deve essere sorretta da un autoritarismo straordinario.
Quindi tutti
conoscevano la situazione cinese e l’errore più grande è stato forse quello
di pensare solo al problema economico e le possibilità di mercato e anche
quello di assegnargli le Olimpiadi. Un premio forse immeritato dal Governo
Cinese: certamente garantisce grandi introiti anche alle industrie americane
ed europee, ma costituisce pericolosamente una sorta di placet alla
sistematica e quotidiana violazione dei diritti umani e civili nel
territorio della Grande Muraglia, sia in Tibet come nella Cina stessa.
Se non ci fossero
ancora residui di strumentalizzazioni più o meno di parte non si capirebbe
nemmeno l’assordante silenzio che in questi anni ha accompagnato
l’escalation cinese. E quando se ne è parlato si sono usati termini
prettamente economici, scordandoci spesso che in Cina ancora si muore per le
percosse ricevute, spesso si vive con solo una ciotola di riso al giorno,
oppure si può essere uccisi nella culla solo perché si ha la sfortuna di
nascere donna.
E la colpa purtroppo
non è solo dei cinesi. Noi abbiamo creato un modello di società che, per
riprodurla, popoli come i cinesi e gli indiani, si stanno applicando con
ogni mezzo possibile. Mentre noi straparliamo senza nemmeno sapere cosa
diciamo di “diritti civili”, laggiù i prodotti confezionati a bassissimo
costo, con elementi cancerogeni o comunque dannosi per la salute, vengono
imbarcati e spediti ovunque, col beneplacito delle multinazionali
committenti, per avvelenare il mondo. Ma noi non ci accorgiamo di niente.
Poi però dissertiamo
tutti assieme sui diritti del popolo tibetano, magari scordandoci, Cina o
non Cina, India o non India, che questa impostazione di vita non può
espandersi all’infinito .
Ma del problema
centrale nessuno parla, i giornali ci informano invece sul fatto che le
nostre fabbriche chiudono, schiantate dalle imitazioni cinesi, e che il
governo di Pechino vieta l’ingresso alla nostra mozzarella, perché
pericolosa per la salute. E continua la “guerra economica”. Spesso i nostri
giornali non ci dicono però che tanti nostri imprenditori, i detentori dei
grandi marchi, vanto del “made in Italy”, si piegano alla strada della
delocalizzazione e mentre denunciano i cinesi per concorrenza sleale vanno a
fare i loro prodotti, che poi ci vendono a prezzi impossibili, nei paesi
poveri dell’Europa, sfruttando e sottopagando le popolazioni locali.
E a me queste sembrano
incongruenze e gravi pecche. Forse bisogna iniziare a vedere il mondo da un
altro punto di vista.
Anche pensando alla
questione Cinese-tibetana, alla questione di una nuova immensa nazione
votata ad una crescita infinita, sul modello occidentale, e, di contro, ai
disagi di una popolazione che fatica a mettere insieme il “pranzo con il
pranzo”, bisognerebbe fare altri ragionamenti coraggiosi, ma iniziando
proprio da noi, dalle nazioni più evolute.
Iniziare a convertire in atti
concreti un credo che prima o poi diverrà obbligatorio: il miglioramento
delle condizioni di vita deve essere ottenuto abbandonando la strada
dell’aumento del consumo. Il futuro prossimo consiste nella costruzione di
una nuova morale che cambi il paradigma dominante della necessità di
aumentare i consumi, spesso superflui, per dare benessere alla popolazione.
Tutto in controtendenza con ciò che avviene nel mondo e anche in Cina. E’
un percorso difficile da capire, da sostenere, da praticare, ma è l’unico
possibile.
Giancarlo Testi
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