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Gli Editoriali di Giancarlo TestiOvvero: dagli ideali di sobrietà dei politici del dopoguerra, agli sprechi di oggi. E poi?E’ sempre più difficile essere un cittadino italiano. Tutto il contesto lo rende difficile. Si afferma una cosa e il giorno dopo se ne persegue un’altra, ci spiegano che è giusta una scelta e il giorno dopo gli stessi argomentano il contrario. E il cittadino è sempre più spaesato. Da una parte sente i politici che rivendicano il predominio della politica su tutto, dall’altra sente montare forte l’antipolitica o, se si vuole, la protesta per la cattiva politica. La partitocrazia si difende e, in verità, alcuni hanno realizzato dei cambiamenti che, senza la spinta popolare, non sarebbero mai avvenuti. Ma non basta. Il cittadino partecipe non vuole più tollerare la politica come mestiere, come carriera, dove lui invece non ha nemmeno la possibilità di esprimere una preferenza elettorale.
Ma è giusto attaccare la partitocrazia?. Forse si fino a quando saranno documentate queste cose, come hanno fatto Stella e Rizzo nel loro fortunato libro sugli scandali e gli sprechi ingiustificati in Italia: ÿ I costi del Quirinale sono quattro volte quelli di Buckingham Palace (quattro regine al prezzo di un Napoletano); ÿ perdi un orologio d’oro, non c’è problema, paga la Camera. I parlamentari hanno privilegi inspiegabili, dal prezzo delle mense del Parlamento, che malgrado i menù di lusso sono più bassi di quelli della mensa delle scuole, agli stipendi giudicati altissimi rispetto agli altri paesi europei, ai rimborsi-spese per i viaggi; ÿ il riconoscimento dei contributi figurativi, ovvero la possibilità di poter accedere alle pensioni del mestiere svolto prima di entrare in politica, anche senza lavorare e senza versare contributi, ma solo con una cifra simbolica. Un imprenditore lombardo ha accesso alla pensione pur avendo seduto in Senato solo quattro giorni, e non è l’unico, si pensi a Toni Negri e ad altri; ÿ il capitolo dei rimborsi elettorali ai partiti è altrettanto inquietante, infatti pur abolito nel 1993 con un referendum, il finanziamento pubblico permette ricevere somme sproporzionate rispetto alle cifre spese. Il caso più emblematico, fra quelli denunciati è quello riferito al Partito dei Pensionati che ha ottenuto, dopo le elezioni europee del 2004, 180 euro per ogni euro speso. Meglio che vincere al Superenalotto; ÿ e poi le donazioni, gli aerei, l’arroganza.
Tante cose da imputare alla politica o alla partitocrazia, come alcuni preferiscono. Ma il danno più grave che sta facendo la politica è un altro. Fino a qualche anno fa i nostri politici, ascoltati dai nostri genitori e dai nostri nonni, magari dalle stanzette di un monastero predicavano gli ideali e la sobrietà. Per quelle posizioni e per il sacrificio dei nostri genitori oggi noi stiamo nella situazione attuale. Oggi i nostri politici sono capaci solo di promesse e fanno a chi le spara più grosse, senza pensare non solo a quanto costano o all’impossibilità di darne conto, ma anche al tipo di cultura che innescano. Si vive in un Paese dove sembra che tutto debba prima o poi mettersi a posto per incanto, senza rendersi invece conto che c’è la necessità di una forte inversione di marcia per uscire indenni da un secolo che potrebbe essere deleterio per la razza umana. Allora, invece di convincerci che bisogna cercare una “decrescita responsabile e felice”, si innescano nuove promesse, nuove e vecchie realizzazioni, nuove sfide con la tecnica e la natura dal risultato impossibile da prevedere. Nel contempo il divario fra chi sta bene e chi invece è ridotto all’indigenza si fa sempre più ampio: fino a qualche anno fa i sindacalisti della Fiat per calcolare il divario sociale dicevano che «il distacco fra un salario operaio e quello del massimo dirigente era di uno a dieci». Dovessimo ancora fare di questi calcoli, la divaricazione sociale non potrebbe oggi essere definita nemmeno più con lo stesso metro di misura. In Italia ci sono vertenze contrattuali aperte da vari anni. I salari dei lavoratori italiani sono i più bassi d’Europa e i compensi per i manager che sfasciano le società i più alti, non dieci, forse nemmeno cento volte quello di un operaio. Si dice: è il mercato. Certo il cattivo mercato. Cos’ come la distanza fra le retribuzioni sta diventando incomparabile ed inquietante così la cultura del successo che premia solo i furbetti e se ne frega del merito, che premia gli arrampicatori e lascia al palo le persone oneste che non hanno “il pelo” per competere sta predominando. Fa di prostitute, calciatori stupidi, modelle drogate, persone disposte a tutto pur di mettersi in mostra, i protagonisti e modelli di una nuova epoca. E al vecchio motto di “Panem et circensem” la ruota continua a girare. Fregandosene dei milioni di giovani con un lavoro precario e quindi con una aspettativa di vita precaria. La risposta data dal nuovo probabile Presidente del Consiglio ad una lavoratrice precaria che denunciava il problema è stata: "Con quegli occhi così carini (e meno male che non ha detto con quel bel culo), cercati il figlio di un miliardario, lo sposi e risolvi tutti i problemi. Incredibile. Con queste premesse dubito che dalla campagna elettorale in corso arrivi una scossa con una convinta riproposizione della questione morale, etica ed ambientale. Bisognerebbe certamente intervenire anche sulla riduzione dei costi, sulla trasparenza, sul ricambio generazionale, ma per quanto siano importanti questi privilegi e abbiano innescato una forte indignazione popolare, sarebbe necessario anche rispondere ad un generale senso di ingiustizia percepito dagli elettori che vedono, da un lato, la soggezione dei partiti al potere di condizionamento delle lobbies, dall'altro, un deficit di rappresentanza dei cittadini. Che vedono i politici potenti fra i potenti. La politica che vorrei dal partito in cui identificarmi completamente è quella che riesce a costruire un luogo in cui diritti e doveri valgono per tutti, un luogo in cui non valgono le spinte e le amicizie, ma dove ognuno da quel che può e rispetto a quello è stimato e pagato, un luogo dove continua ad avere senso il primo articolo della nostra Costituzione: “l’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro e la sovranità appartiene al popolo”. Resto in attesa. Giancarlo Testi Ultimo aggiornamento: 14-04-11 |