Non è la scena di un film splatter, uno di
quelli di Quentin Tarantino violento e crudo, con mani, gambe e teste
mozzate, sangue che spilla ed imbratta i muri, ma tutto finto. Questa è
storia vera, storia di vita e di sofferenza, a volte di morte, ignorata
dalla nostra società ingiusta che consente a qualcuno di vivere in ville
sproporzionate, avere barche dal costo esorbitante, fare una vita da
nababbi, mentre ad altri riserva solo sofferenza e impossibilità di
sopravvivenza. Quando si fanno questi discorsi qualcuno ancora sostiene che
si fa retorica. Ma non è retorica, per esempio, quello che è avvenuto
qualche giorno fa in una piazzola lungo la provinciale tra Brembate e Marne.
Intorno alle 10 un operaio bergamasco di 36 anni
che, dopo due mesi di cassa integrazione aveva visto la sua fabbrica
chiudere definitivamente i battenti ed era rimasto senza lavoro, ha
raggiunto a bordo della sua auto una zona industriale, è sceso
dall'abitacolo, ha afferrato una tanica di benzina,
se l'è rovesciata addosso e si è dato fuoco. Un matto, potrà affermare
qualcuno, ma siamo proprio sicuri che si tratti di pazzia o che invece pazza
non sia diventata questa società edonista e senza valori, avviata verso una
crescente e pericolosissima conflittualità sociale?
Certamente è una situazione che
poco tocca e forse poco ormai può capire chi vive con stipendi da manager o
con speculazioni sulla pelle dei contribuenti, e nemmeno coloro che si
“accontentano” dei 15 o 20 mila euro al mese di stipendio. Eppure,
nonostante le TV di stato continuino a disegnare una situazione di normalità
e di ripresa, il lavoro tra i giovani, i disoccupati, i cassintegrati,
persone con la casa all'asta perché non possono pagare il mutuo, aziende in
crisi per la mancanza di liquidità è divenuto ormai una chimera. Ed ecco che
la disperazione e la solitudine portano a gesti estremi.
La domanda è, e vale per tutti:
cosa fareste voi se, “nel mezzo del cammin di vostra vita”, rimaneste
senza lavoro, con una famiglia da mantenere, senza poter provvedere ai
vostri figli, ai tanti impegni da mantenere, alle bollette da pagare, ma
senza avere nessuna possibilità di uscire da questa condizione? Forse
non vi dareste fuoco, ma la vostra non sarebbe una condizione invidiabile.
Se una società si reputa civile non può permettersi mai di lasciare solo chi
è in difficoltà. Tutti dovrebbero essere impegnati per la soluzione di
questioni così rilevanti, invece niente si fa per colpire i grandi evasori e
gli speculatori, anzi si fanno apposite leggi per favorirli, mentre i posti
di lavoro diminuiscono sempre di più e per ricevere sussidi e cassa
integrazione bisogna attendere mesi. Sento, specie in tempo di elezioni
regionali, tante promesse, solo promesse, mentre servirebbe unità nella
serietà delle soluzioni e non nei proclami. Se invece i nostri politici
vogliomo continuare nella strada intrapresa allora abbiano il coraggio di
cambiare l’articolo 1 della Costituzione: “l'Italia è una Repubblica
democratica, fondata
sul lavoro e la
sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti
della Costituzione. Che abbiano il coraggio
di cambiarlo visto che nessuno si preoccupa del lavoro e si permette alle
ditte di approfittare della crisi per licenziare e delocalizzare i propri
stabilimenti in nazioni dove gli operai hanno meno protezione e salari più
bassi e la tanto declamata sovranità popolare non esiste visto che il
cittadino non puo’ più nemmeno scegliersi il politico da mandare in
Parlamento a rappresentarlo.
Anche la Chiesa, che a
volte arriva troppo tardi sui problemi, si è però fatta sentire. E Benedetto
XVI, facendo esplicito riferimento ad alcune realtà difficili in Italia ha
lanciato il suo appello: “è necessario fare tutto il possibile per
tutelare e far crescere l’occupazione, assicurando un lavoro dignitoso e
adeguato al sostentamento delle famiglie”. Poi il Papa ha aggiunto:
“questa situazione richiede grande senso di responsabilità da parte di
tutti: imprenditori, lavoratori, governanti”. Allora il problema è se si
vuole privilegiare veramente il diritto al lavoro, fonte di personalità e
di dignità per l’uomo, o la tutela dei ricavi improduttivi, della
sopraffazione e del saccheggio.
La politica sembra sorda a
questi richiami e forse i cittadini si dovrebbero organizzare altrimenti
(per esempio pubblicizzando le aziende che licenziano e che delocalizzano il
lavoro boicottandone poi gli acquisti, privilegiando quelle virtuose) ma la
questione non è semplice. A me pare che, mentre il paese si va sgretolando,
politici arroganti e distaccati, nelle loro torri d’avorio, giochino a carte
(noi consenzienti) con il nostro destino. Politici che poco sanno della vita
reale, che non sanno quanto costa il pane, che chiamano bamboccioni i nostri
figli (ma non gli danno la possibilità di un lavor), che non hanno mai
preso un treno per pendolari (magari la tratta Nettuno a Roma), che si
vedono solo per chiede il nostro voto per assicurarsi un futuro dorato.
Politici che si credono re e principi e che sarebbero capaci,
paradossalmente, se qualcuno gli andasse a dire che il popolo ha fame e il
pane è finito, di rispondere come Maria Antonietta: “allora dategli
delle brioches”.