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La tragedia in mare avvenuta davanti al porto di Anzio dove è affondato un peschereccio di circa 20 metri e dispersi due marinai ha per un momento scosso gli animi di tanti se non altro pensando ai tre bambini che lascia il tunisino Mustafa Kiari. A Torino muore, con ustioni di terzo grado sul 95% del corpo, anche Angelo Laurino, terzo operaio vittima dell’incendio delle acciaierie ThyssenKrupp, e forse il macabro elenco dei morti non è finito.

A Cassino, all’esterno dello stabilimento Fiat un meccanico viene schiacciato da una bisarca che era stato chiamato a riparare. A Bisaccia, in Irpinia un operaio di 48 anni, Giuseppe Mastrullo, scivola da una impalcatura montata per eseguire dei lavori di ristrutturazione di un fabbricato e muore.

Questa è la triste cronaca di questi ultimi giorni del 2007. Giorni che dovrebbero vedere le famiglie unite e felici con grandi aspettative positive in vista del nuovo anno, ma che troveranno almeno quelle di questi lavoratori sconvolte e preoccupe per i giorni a venire.

L’attività della pesca in mare non è un mestiere facile e spesso è stata idealizzata. Da giovani, a molti è venuto in mente di lasciare tutto e trovarsi un’isola sperduta dove dedicarsi alla pesca e a trasportare turisti, ma la realtà è diversa. Il pescatore deve affrontare tutti i giorni una serie di condizioni sfavorevoli che alla lunga possono incidere sulla salute e sulla propria sicurezza. Insomma lavorare in mare è molto pericoloso e produce numerose vittime.

Anche lavorare in fabbriche come la ThyssenKrupp non è facile. Eppure i giovani che hanno bisogno di un lavoro non possono fare tanto gli schizzinosi, anche perché la produzione si sarebbe dovuta concentrare interamente a Terni e i circa 200 operaio rimasti che combattevano per mantenere il lavoro forse non avevano troppo tempo per concentrarsi sulla sicurezza. Così stavano dando tutti loro stessi per far vedere che il loro impegno era importante e forse per la stanchezza o la distrazione dovuta anche ai tanti straordinari effettuati, forse per  gravi carenze in fatto di sicurezza, è successo l’irreparabile. La magistratura accerterà, forse, la verità, ma di certo c’è che solo quattro anni fa nella stessa fabbrica aveva preso fuoco una vasca d’olio e le fiamme erano state domate solo dopo alcuni giorni.

Ma lavorare, se mancano adeguate forme di controllo e se si violano le norme per la sicurezza e la prevenzione, è sempre pericoloso. Anche ad Anzio e Nettuno ogni tanto si possono notare cantieri aperti dove non sempre sembrano rispettate tutte le norme, tantè che il titolare di un’impresa edile è stato denunciato per violazione della normativa sulla sicurezza sul lavoro e la legislazione sociale mentre stava costruendo una palazzina ad Anzio Colonia.

 Le vittime del lavoro ogni anno in Italia sono circa 1328 all’anno. In media ci sono state più vittime sul lavoro che nella seconda guerra del Golfo, un incidente ogni 15 lavoratori, un morto ogni 8.100 addetti. E questi sono dati ufficiali che non tengono conto del sommerso. Queste cifre dovrebbero impressionare, anche perché i lavoratori che muoiono non sono “isole solitarie” ma coinvolgono i sentimenti e il dolore di familiari, parenti ed amici ma, all’indomani del clamore suscitato dalla cronaca dei vari incidenti, il riflettore sul fenomeno delle morti bianche si spegne inesorabilmente e vengono presto rimosse. In questi giorni, sotto l’incalzare delle notizie anche il teatro La Scala ha fatto un minuto di silenzio per le vittime del lavoro, ma dalla prossima settimana nessuno parlerà di loro.

Così se muore un italiano su territorio di guerra viene giustamente pianto ma anche proclamato eroe e guai a chi osa dire altrimenti, anche se faceva il meccanico o il cuoco, mentre chi lascia la vita nei nostri mari, nei nostri cantieri, nelle nostre strade viene trattato come cittadino di serie inferiore: “figlio di un Dio minore”. E' ora di prendere coscienza e di uscire dall’indifferenza e dall’individualismo, dalle contrapposizioni e dagli ideologismi, dalla percezione che una morte è diversa dall’altra, senza affrontare le motivazioni per cui si muore. Grande enfasi per le morti con la divisa, sufficienza per sacrifici quotidiani: forse sarà perché in Italia c’è il monumento al “Milite ignoto” e non quello al “Lavoratore noto”? E allora facciamogliene uno anche per loro, sperando che ciò serva a farne capire meglio il dramma.

 

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12-04-10