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Il 18 Marzo del 1968 Robert Kennedy pronunciava, presso
l’università del Kansas, un discorso nel quale evidenziava, tra l’altro,
l’inadeguatezza del PIL come
indicatore del benessere delle nazioni economicamente sviluppate.
Tre mesi dopo veniva ucciso durante la sua campagna elettorale che lo
avrebbe probabilmente portato a divenire Presidente degli Stati Uniti
d’America. In occasione del 40° anniversario di tale discorso ho voluto
farlo rileggere a tutti, per far notare di quanto sia drogata l'informazione
che quotidianamente ci propinano e parla solo di economia e Pil e di quanto
già erano presenti quarant'anni fa certe preoccupazioni che oggi sono
divenute addirittura drammatiche.
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La decrescita
è un concetto
politico, secondo il quale la crescita economica
- intesa come accrescimento costante di uno solo degli indicatori economici
possibili, il Prodotto Interno Lordo (PIL) -
non è sostenibile per l'ecosistema
della
terra. Questa idea è in completo contrasto con
il senso comune politico
corrente, che
pone l'aumento del livello di vita rappresentato dall'aumento del PIL, come
obiettivo di ogni società moderna.
L'aggettivazione sostenibile allude alla proposta di
organizzarsi collettivamente in modo che la diminuzione della produzione di
beni non costituisca riduzione dei livelli di civiltà.
L'assunto principale è che le risorse naturali sono limitate
e quindi non si può immaginare un sistema votato ad una crescita infinita.
Il miglioramento delle condizioni di vita deve quindi essere ottenuto senza
aumentare il consumo ma attraverso altre strade. Proprio per la costruzione
di queste vie sono impegnati numerosi intellettuali, al seguito dei quali si
sono formati movimenti spesso non coordinati fra loro, ma con l'unico fine
di cambiare il paradigma dominante della necessità di aumentare i consumi
per dare benessere alla popolazione.
I princìpi
La teorizzazione della Decrescita si basa su quattro
presupposti:
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Il funzionamento del sistema economico attuale dipende
essenzialmente da risorse non rinnovabili. Così com'è, non è quindi
perpetuabile. Le riserve di materie prime
sono limitate, particolarmente per quanto riguarda le
fonti di energia, e questa limitatezza
contraddice il principio della crescita illimitata del PIL, e, anzi, la
crescita così praticata genera dissipazione
di energia e crescente dispersione di materia.
-
Non v'è alcuna prova della possibilità di separare la
crescita economica dalla crescita del suo impatto ecologico.
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La ricchezza prodotta dai sistemi economici non consiste
soltanto in beni e servizi: esistono altre forme di ricchezza sociale,
come la salute degli ecosistemi, la qualità della giustizia, le buone
relazioni tra i componenti di una società, il grado di uguaglianza, il
carattere democratico delle istituzioni, e così via. La crescita della
ricchezza materiale, misurata esclusivamente secondo indicatori monetari
può avvenire a danno di queste altre forme di ricchezza.
-
Le società attuali, drogate da consumi materiali
considerati futili (telefoni cellulari, viaggi aerei, uso costante e non
selettivo dell'auto ecc.) non
percepiscono, in generale, lo scadimento di ricchezze più essenziali come
la qualità della vita, e sottovalutano le reazioni
degli esclusi, come la violenza nella periferie o il risentimento contro
gli occidentali nei paesi esclusi dallo (o limitati nello) sviluppo
economico di tipo occidentale.
La teoria della decrescita sostenibile non implica
evidentemente il perseguimento della decrescita in sé e per sé:
si pone invece come mezzo per la ricerca di
una qualità di vita migliore, sostenendo che il PIL consente solo una
misura parziale della ricchezza
(un incidente
d'auto, ad esempio, è un fattore di crescita del PIL) e che, se si intende
ristabilire tutta la varietà della ricchezza possibile, allora è urgente
smettere di utilizzare il PIL come unica bussola.
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MANIFESTO DEL MOVIMENTO
PER LA DECRESCITA FELICE
e paradosso del vasetto
di Yogurt |
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Un
vasetto di yogurt prodotto industrialmente e acquistato attraverso i
circuiti commerciali, per arrivare sulla tavola dei consumatori percorre
da 1.200 a 1.500 chilometri, costa 10 euro al litro, ha bisogno di
contenitori di plastica e di imballaggi di cartone, subisce trattamenti di
conservazione che spesso non lasciano sopravvivere i batteri da cui è
stato formato.
Lo yogurt autoprodotto facendo fermentare il latte con opportune colonie
batteriche non deve essere trasportato, non richiede confezioni e
imballaggi, costa il prezzo del latte, non ha conservanti ed è ricchissimo
di batteri.
Lo yogurt autoprodotto è pertanto di qualità superiore rispetto a quello
prodotto industrialmente, costa molto di meno, non comporta consumi di
fonti fossili e di conseguenza contribuisce a ridurre le emissioni di CO2,
non produce di rifiuti.
Tuttavia questa scelta, che migliora la qualità della vita di chi la
compie e non genera impatti ambientali, comporta un decremento del
prodotto interno lordo: sia perché lo yogurt autoprodotto non passa
attraverso la mediazione del denaro, quindi fa diminuire la domanda di
merci, sia perché non richiede consumi di carburante, quindi fa diminuire
la domanda di merci, sia perché non fa crescere i costi dello smaltimento
dei rifiuti.
Ciò disturba i ministri delle finanze perché riduce il gettito dell'IVA e
delle accise sui carburanti; i ministri dell'ambiente perché di
conseguenza si riducono gli stanziamenti dei loro bilanci e non possono
più sovvenzionare le fonti energetiche alternative nell'ottica dello
«sviluppo sostenibile»; i sindaci, i presidenti di regione e di provincia
perché non possono più distribuire ai loro elettori i contributi statali
per le fonti alternative; le aziende municipalizzate e i consorzi di
gestione rifiuti perché diminuiscono gli introiti delle discariche e degli
inceneritori; i gestori degli inceneritori collegati a reti di
teleriscaldamento, perché devono rimpiazzare la carenza di combustibile
derivante da rifiuti (che ritirano a pagamento) con gasolio (che devono
comprare).
Ma non è tutto.
I fermenti lattici contenuti nello yogurt fresco autoprodotto
arricchiscono la flora batterica intestinale e fanno evacuare meglio. Le
persone affette da stitichezza possono iniziare la loro giornata leggeri
come libellule. Pertanto la qualità della loro vita migliora e il loro
reddito ne ha un ulteriore beneficio, perché non devono più comprare
purganti. Ma ciò comporta una diminuzione della domanda di merci e del
prodotto interno lordo. Anche i purganti prodotti industrialmente e
acquistati attraverso i circuiti commerciali, per arrivare nelle case dei
consumatori percorrono migliaia di chilometri. La diminuzione della loro
domanda comporta dunque anche una diminuzione dei consumi di carburante e
un ulteriore decremento del prodotto interno lordo.
Ciò disturba una seconda volta i ministri delle finanze e dell'ambiente, i
sindaci, i presidenti di regione e di provincia per le ragioni già dette.
Ma non è tutto.
La diminuzione dei rifiuti e della domanda di yogurt e di purganti
prodotti industrialmente, comporta una riduzione della circolazione degli
autotreni che li trasportano e, quindi, una maggiore fluidità del traffico
stradale e autostradale. Gli altri autoveicoli possono circolare più
velocemente e si riducono gli intasamenti. Di conseguenza migliora la
qualità della vita. Ma diminuiscono anche i consumi di carburante e si
riduce il prodotto interno lordo.
Ciò disturba una terza volta i ministri delle finanze e dell'ambiente, i
sindaci, i presidenti di regione e di provincia per le ragioni già dette.
Ma non è tutto.
La diminuzione dei camion circolanti su strade e autostrade diminuisce
statisticamente i rischi d'incidenti. Questo ulteriore miglioramento della
qualità della vita indotto dalla sostituzione dello yogurt prodotto
industrialmente con yogurt autoprodotto, comporta una ulteriore
diminuzione del prodotto interno lordo, facendo diminuire sia le spese
ospedaliere, farmaceutiche e mortuarie, sia le spese per le riparazioni
degli autoveicoli incidentati e gli acquisti di autoveicoli nuovi in
sostituzione di quelli non più riparabili.
Ciò disturba una quarta volta i ministri delle finanze e dell'ambiente, i
sindaci, i presidenti di regione e di provincia per le ragioni già dette.
Il Movimento per la Decrescita Felice si propone di promuovere la più
ampia sostituzione possibile delle merci prodotte industrialmente ed
acquistate nei circuiti commerciali con l'autoproduzione di beni. In
questa scelta, che comporta una diminuzione del prodotto interno lordo,
individua la possibilità di straordinari miglioramenti della vita
individuale e collettiva, delle condizioni ambientali e delle relazioni
tra i popoli, gli Stati e le culture.
La sua prospettiva è opposta a quella del cosiddetto «sviluppo
sostenibile», che continua a ritenere positivo il meccanismo della
crescita economica come fattore di benessere, limitandosi a proporre di
correggerlo con l'introduzione di tecnologie meno inquinanti e auspicando
una sua estensione, con queste correzioni, ai popoli che non a caso
vengono definiti «sottosviluppati».
Nel settore cruciale dell'energia, lo «sviluppo sostenibile», a partire
dalla valutazione che le fonti fossili non sono più in grado di sostenere
una crescita durevole e una sua estensione a livello planetario, ne
propone la sostituzione con fonti alternative. Il Movimento per la
Decrescita Felice ritiene invece che questa sostituzione debba avvenire
nell'ambito di una riduzione dei consumi energetici, da perseguire sia con
l'eliminazione di sprechi, inefficienze e usi impropri, sia con
l'eliminazione dei consumi indotti da un'organizzazione economica e
produttiva finalizzata alla sostituzione dell'autoproduzione di beni con
la produzione e la commercializzazione di merci.
Questa prospettiva comporta che nei paesi industrializzati si riscoprano e
si valorizzino stili di vita del passato, irresponsabilmente abbandonati
in nome di una malintesa concezione del progresso, mentre invece hanno
ampie prospettive di futuro non solo nei settori tradizionali dei bisogni
primari, ma anche in alcuni settori tecnologicamente avanzati e cruciali
per il futuro dell'umanità, come quello energetico, dove la maggiore
efficienza e il minor impatto ambientale si ottengono con impianti di
autoproduzione collegati in rete per scambiare le eccedenze.
Nei paesi lasciati in stato di indigenza dalla rapina delle risorse che
sono state necessarie alla crescita economica dei paesi industrializzati,
un reale e duraturo miglioramento della qualità della vita non potrà
esserci riproducendo il modello dei paesi industrializzati, ma solo con
una crescita dei consumi che non comporti una progressiva sostituzione dei
beni autoprodotti con merci prodotte industrialmente e acquistate. Una più
equa redistribuzione delle risorse a livello mondiale non si potrà avere
se la crescita del benessere di questi popoli avverrà sotto la forma
crescita del prodotto interno lordo, nemmeno se fosse temperata dai
correttivi ecologici dello «sviluppo sostenibile». Che del resto è un
lusso perseguibile solo da chi ha già avuto più del necessario da uno
sviluppo senza aggettivi.
Per aderire al movimento è sufficiente
- autoprodurre lo yogurt o qualsiasi altro bene primario: la passata di
pomodoro, la marmellata, il pane, il succo di frutta, le torte, l'energia
termica e l'energia elettrica, oggetti e utensili, le manutenzioni
ordinarie;
- fornire i servizi alla persona che in genere vengono delegati a
pagamento: assistenza dei figli nei primi anni d'età, degli anziani e dei
disabili, dei malati e dei morenti.
L'autoproduzione sistematica di un bene o lo svolgimento di un servizio
costituisce il primo grado del primo livello di adesione. I livelli
successivi del primo grado sono commisurati al numero dei beni
autoprodotti e dei servizi alla persona erogati. L'autoproduzione
energetica vale il doppio.
Il secondo grado di adesione è costituito dall'autoproduzione di tutta la
filiera di un bene: dal latte allo yogurt; dal grano al pane, dalla frutta
alla marmellata, dai pomodori alla passata, dalla gestione del bosco al
riscaldamento. Anche nel secondo grado i livelli sono commisurati al
numero dei beni autoprodotti e la filiera energetica vale il doppio.

La domanda non è se si deve cambiare lo stile di vita, perchè
o lo si fa da subito, sperando di essere ancora in tempo o saremo
costretti a farlo fra qualche anno con rischi maggiori, ma come siamo
arrivati fino a questo punto senza esserne pienamente consapevoli. Se
prendiamo una rana e la mettiamo dentro una pentola con acqua bollente,
questa appena sente il calore fa un salto ed esce, ma se la mettiamo in
una pentola con acqua tiepida e piano piano si alza la temperatura, la
stessa rana resterà immobile fino.... fino a che noi la leveremo dalla
pentola, perchè ci sta a cuore la salute della rana.
Ci hanno fatto abituare ad uno stile di vita e a consumi
indiscriminati, senza farci pensare al fatto che le sempre maggiori
esigenze, spesso superflue, l'indiscriminato sfruttamento delle risorse
della terra, la modernizzazione di paesi con un enorme numero di cittadini
che si allineano ai consumi dei precedenti pochi paesi sviluppati (Cina e
d India in primis) avrebbe presto posto un problema di sostenibilità
dell'ecosistema della terra. Siamo però ancora in tempo se i politici ed i
partiti avranno il coraggio di passare dalle fatue promesse alla serietà
delle necessarie proposte e sapranno accompagnare il necessario mutamento
di costumi e di cultura.
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